Ivan Vaccaro, il giovane imprenditore arrestato per stalking

Chieti, la minaccia di morte a Vaccaro: gli sparo in faccia 

Ecco le intercettazioni dell’inchiesta per stalking che coinvolgono l'imprenditore della movida: spuntano gli interrogatori abusivi di un poliziotto e le pressioni sugli indagati

CHIETI. «Guarda che gli sparo in faccia». E poi: «Fallo venire qua». Sono le parole di un poliziotto di 31 anni di Chieti, in servizio alla Polstrada di Nuoro, all’indirizzo di Ivan Vaccaro. C’è una storia di minacce di morte, di locali della movida contesi e di gente che tira cocaina sulla tavoletta di un bagno dietro all’inchiesta per stalking che coinvolge l’imprenditore delle feste. Per Vaccaro, tornato libero dopo 23 giorni agli arresti domiciliari (dal 3 al 30 gennaio scorso), è stato fissato il giudizio immediato: si andrà in aula il 5 giugno prossimo a Pescara. La famiglia di Vaccaro gestisce il Tortuga e il Megà a Pescara.

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Vaccaro denuncia. E ora le parti si invertono: Vaccaro, da accusato, diventa l’accusatore. Perché, con la fissazione dell’udienza, la difesa ha messo le mani sulle carte dell’accusa, comprese le trascrizioni delle conversazioni citate negli atti dei carabinieri. Intercettazioni abusive, secondo Vaccaro e i suoi avvocati, il padre Raoul Vaccaro e Vittorio Supino, fatte senza autorizzazione ma attraverso dei cellulari: «Le deregistrazioni contengono omissioni, errate attribuzioni di frasi a persona diversa da quella che le ha pronunciate, nonché una serie di errori e/o diverse trasposizioni rispetto agli audio ascoltati». Taglia e cuci fatti dal poliziotto, apparentemente estraneo all’indagine affidata ai carabinieri ma sempre in prima linea, e dalla presunta parte offesa che, nel 2017, aveva presentato «numerose denunce» contro Vaccaro per una serie di danneggiamenti subiti ad auto e casa fino alle tende bruciate. C’è una storia di veleni incrociati in un esposto presentato da Vaccaro al capo della polizia Luigi Savina, al questore di Pescara Francesco Misiti e ai carabinieri di Pescara che hanno curato l’indagine. Una denuncia, per presunti reati di violenza privata, abuso d’ufficio, subornazione di teste e intralcio alla giustizia, rivelazione e utilizzo di segreti d’ufficio, in cui si ricostruiscono dettagli mai citati negli atti d’accusa. A partire dal fatto che a confezionare le carte dell’accusa sono stati il poliziotto teatino e la presunta parte offesa – che in base agli atti è Alessio Leonzio, uno dei personaggi più in vista della movida di Pescara, non indagato, assistito dall’avvocato Luisa Gabriele.
Il ruolo del poliziotto. Secondo la denuncia di Vaccaro, il poliziotto compare per la prima volta sulla scena il 1° novembre scorso, intorno alle 16, quando sulla strada per il Megalò ferma bruscamente un’auto e costringe anche Vaccaro, che lo segue, a fermarsi: «Dalla Citroen C1 è scesa una persona», racconta Vaccaro nella denuncia, «si è affiancata al finestrino della mia auto mostrandomi un tesserino e qualificandosi come agente di polizia». Il poliziotto è salito sull’auto di Vaccaro «senza il mio consenso», prosegue l’esposto, «e ha iniziato a farmi domande e con fare vessatorio e minaccioso mi attribuiva la responsabilità di ritorsioni e minacce che Leonzio, a suo dire, subiva da mesi. Poco dopo dalla Citroen è sceso anche Leonzio». I due, dice la denuncia, hanno portato Vaccaro in un parcheggio vicino alla piscina comunale alla presenza di una terza persona «che mi fissava con sguardi minacciosi»: «Tutti e tre si sono messi davanti a me e hanno iniziato a interrogarmi per farmi ammettere fatti a mio danno». L’esposto continua dicendo che il poliziotto avrebbe fatto ascoltare a Vaccaro una registrazione in cui l’altro indagato, Stefano Di Peco, 26 anni di Chieti, considerato l’esecutore materiale dei danneggiamenti insieme a un terzo indagato, Diego Campetelli, 25 anni di Roccamontepiano, riferirebbe degli episodi subiti da Leonzio: «Stiamo parlando del surreale», recita la risposta trascritta di Vaccaro.
Frasi omesse. E proprio in base alle trascrizioni integrali, la difesa sostiene che esistono altre frasi determinanti ma omesse. Come: «L’ho registrato, non potevo fare la parte di quello incazzato», dice il poliziotto. E la risposta di Leonzio: «Dovevi cercare di farlo parlare in un altro modo». Ma secondo la denuncia il poliziotto «non aveva alcun diritto di indagare in via privata e con metodi illeciti per lo più unitamente alla parte offesa, costantemente informata dell’attività svolta dai carabinieri».
Inseguito. Altro retroscena svelato dalla denuncia è un inseguimento a Di Peco per spingerlo a rivelare informazioni sul presunto mandante dei danneggiamenti denunciati da Leonzio: «Dicci chi è.. non ti rompiamo il culo a te, non diciamo che sei stato tu». In un colloquio tra il poliziotto e Di Peco, emerge una frase minacciosa: «Guarda che gli sparo in faccia», dice l’agente riferendosi a Vaccaro. La denuncia sottolinea: «Avrebbe potuto farlo solo con la pistola d’ordinanza». E ancora: «Fallo venire qua», dice il poliziotto a Di Peco ordinandogli di chiamare Vaccaro.
«Vado da Spinelli». In un altro colloquio, il poliziotto chiama in causa anche un rom della famiglia Spinelli, considerato amico di Vaccaro: «Io mo vado da Spinelli e lo prendo a cazzotti... che non me ne frega un c., questo ciccione di m., mi ciuccia il c. a me dalla mattina alla sera». In base alla denuncia, il poliziotto e la parte offesa avrebbero offerto a Di Peco la possibilità di «salvarsi»: «Le persone che mi hanno fatto male voglio che devono perire, tu sei una di quelle, però ti puoi salvare», dice Leonzio. E ancora: «Io non stavo facendo niente appunto perché volevo mettervi in galera sennò io avrei fatto la stessa che faceva lui, far del male alla mamma, ai fratelli».
Cocaina nel bagno. Nella denuncia, Vaccaro riferisce di un episodio di uso di cocaina fatto da altri che gli è stato raccontato da un pierre, A.V., ascoltato come testimone dai carabinieri. L’episodio chiama in causa una terza persona e sarebbe avvenuto in un locale della riviera di Pescara, non gestito dai Vaccaro: nel bagno sarebbe stata consumata droga. Il proprietario se ne sarebbe accorto e si sarebbe arrabbiato: per placare la sua rabbia, recita la trascrizione, alcune persone si sarebbero offerte di pagare «tre bottiglie» di rhum.

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