Gruppo Ubi, 1.300  posti a rischio cessione 

Ex Carichieti, sindacati contrari alla scelta di esternalizzare diverse attività Si apre giovedì a Bergamo la trattativa sul piano industriale delle banche 

CHIETI. Si apre giovedì prossimo a Bergamo la trattativa sindacale sulla ex Carichieti. Esuberi, esternalizzazioni, rischi di mobilità territoriale e professionale, sovrapposizioni e chiusura di filiali: saranno giorni caldi per l’istituto di credito di via Colonnetta, che ha già cambiato insegna in Ubi Banca, nonostante che il nome, seppur temporaneo, dovrebbe essere quello di Banca Teatina.
Il rischio principale è quello delle esternalizzazioni, «uno “schiaffo”», dicono i sindacati, «inaccettabile e incomprensibile». «Come è possibile», si chiedono, «fare un’operazione di acquisto di tre aziende e contemporaneamente cedere attività? Sarebbe un controsenso».
L’incontro di giovedì a Bergamo riguarda tutto il gruppo Ubi. La trattativa sindacale si prevede lunga. I sindacati stimano che l’accordo potrebbe arrivare nel mese di ottobre.
Per ora c’è un dato di partenza che allarma: al 31 dicembre 2016 il gruppo Ubi contava 22.518 dipendenti, tra tre anni, nel 2020, la dirigenza vuole passare a 19.505. Circa 3.000 dipendenti in meno. Che, con ogni probabilità, andranno pescati soprattutto dalle nuove tre banche arrivate nel gruppo: Nuova Banca Marche (la più grande), Nuova Banca Etruria e, appunto, Nuova Carichieti. I tre istituti di credito contano insieme 4.958 dipendenti, di cui circa 490 sono in forza alla ex Carichieti. A tutto questo c’è da aggiungere che «già in sede di accordo per l’acquisizione delle tre banche, a maggio scorso», dice il coordinatore regionale Fisac Cgil, Francesco Trivelli, «si è parlato di 1.800 fuoriuscite. Nonostante il fatto che il piano industriale 2019-2020 preveda anche 878 assunzioni. Ma anche il numero delle assunzioni che la direzione ha annunciato di voler fare sarà materia di trattativa sindacale. L’azienda ha parlato di esuberi ma non di licenziamenti. E ha tirato in ballo anche le esternalizzazioni. Una logica, quella di esternalizzare servizi e lavoratori, che non riusciamo a comprendere e che ci preoccupa molto. Perché con le esternalizzazioni è sempre la solita storia: si sa come si inizia ma non come si finisce».
All’incontro di giovedì parteciperanno i rappresentanti sindacali di Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Sinfub, Ugl, Uilca e Unisin. «Il rischio più allarmante», dicono in coro in una nota i sindacalisti, «è quello di cessioni-deconsolidamenti-esternalizzazioni per 1.318 dipendenti: ciò comporterebbe l’uscita dal perimetro societario del gruppo Ubi. Tale rischio è stato messo nero su bianco dall’azienda nell’informativa sindacale. Riteniamo inaccettabile e incomprensibile», sottolineano i sindacati, «una posizione aziendale di questo tipo che rappresenta un vero e proprio “schiaffo” a tutti i dipendenti e che rischia di compromettere le relazioni sindacali nel gruppo». Il piano industriale prevede anche un nuovo assetto distributivo del gruppo, che risulterà suddiviso in sette macro aree territoriali e 48 direzioni territoriali. La riorganizzazione, però, vedrà anche la chiusura di 270 sportelli su tutto il territorio nazionale.
Per la ex Carichieti sono 20 le filiali da chiudere. Probabilmente si inizierà da quelle che hanno sede fuori regione, che non sono poi molte. La ex Carichieti ha, infatti, una filiale a Milano, una a Perugia, una a San Benedetto del Tronto e due a Roma. I sindacati, però, non si preoccupano molto delle filiali di Roma e Milano, perché i dipendenti saranno facilmente ricollocabili all’interno del gruppo. Il problema si porrà con forza, invece, quando si passerà agli sportelli che chiudono in Abruzzo. In questo caso insieme alle filiali, secondo i sindacati, potrebbe essere a rischio anche il personale.
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