La Giulianese, due condanne per la bancarotta dell'azienda

Crac da 10 milioni della fabbrica di marmellate di Giuliano Teatino: 6 anni ad Antonio Profeta, 5 ad Antonio Marciano

CHIETI. Era una fiorente azienda locale di marmellate, ne produceva quasi 2 milioni di vasi all’anno e ogni anno la produzione aumentava con un trend del 30%. La Giulianese, nata a Giuliano Teatino nel 1989 con una trentina di soci, si stava attestando come un importante marchio locale. Almeno fino all’improvviso tracollo, le cui ragioni ha tentato di spiegare il tribunale di Chieti con il processo per bancarotta fraudolenta che si è concluso ieri di fronte ai giudici Geremia Spiniello, Isabella Allieri e Andrea Di Berardino.
I giudici hanno condannato a 6 anni e 6 mesi il presidente del consiglio d’amministrazione della cooperativa agricola, Antonio Profeta, 59 anni di Giuliano Teatino (difeso dall’avvocato Massimo Dragani) e a 5 anni e 6 mesi il 53enne di Vasto, di origini francesi, Antonio Marciano (difeso da Florenzo Coletti) legale rappresentante e amministrazione della Delta Serv, società che avrebbe aiutato Profeta nel distrarre i fondi. Prescritti i reati del terzo imputato, Pino Donato La Monaca, 50 anni, di San Giovanni Teatino, (difeso da Giuliano Milia), all’epoca legale rappresentante di Casitalia, società che si occupava della commercializzazione delle marmellate della Giulianese, e che era accusato di false fatturazioni per vendita fittizia di frutta fresca da trasformare in confettura. Il pubblico ministero Lucia Campo aveva chiesto 6 anni per Profeta e 5 per Marciano. Secondo le indagini svolte dalla guardia di finanza, Profeta, con la complicità di Marciano, ha distratto fondi, fingendo di comprare macchinari che aveva già. I macchinari sono stati acquistati dalla Delta Serv, a cui furono commissionati anche altri lavori. Le attrezzature sono state prese a leasing e pagate, dunque, dalla società di leasing, che ora si è ripresa tutto, insinuandosi nel fallimento. Aveva inoltre tenuto i libri e le scritture contabili in maniera, scrive la procura, «da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari». Nel bilancio del 2007, inoltre, «appostava falsamente le iscrizioni così da conseguire un apparente pareggio di bilancio tale da occultare le ingenti distrazioni di denaro». Per evadere le imposte aveva inoltre aggiunto nelle dichiarazioni dei redditi «fatture afferenti ad operazioni del tutto inesistenti». Sta di fatto che, nel 2009, il tribunale di Chieti dichiara lo stato di liquidazione coatta della società cooperativa, che in seguito va in fallimento con un crac di circa 10 milioni di euro. Ad accorgersi che qualcosa non andava è stato un socio della coop, Antonio Di Cintio, che ha inviato un esposto in procura. «Quando mi sono reso conto che c’era un’esposizione verso le banche da 6 milioni e mezzo di euro», dice Di Cintio, «ho deciso di muovermi».
Secondo la difesa, invece, Profeta, che di mestiere faceva il commercialista, ci ha rimesso tutto quello che aveva, sia lui che la sua famiglia. Come ha detto lui stesso ieri mattina nella sua testimonianza. Il commercialista, che è stato riconosciuto anche come vittima di usura, ha detto di aver preso i propri soldi e di averli sempre riversati nelle casse della cooperativa quando le cose hanno cominciato ad andare male.