Ivan Vaccaro

Stalking, Ivan Vaccaro non poteva essere arrestato

La Cassazione annulla l'ordinanza cautelare contro l'imprenditore della movida costretto ai domiciliari per 27 giorni

CHIETI. Ivan Vaccaro non poteva essere arrestato, invece, è stato costretto a passare 27 giorni ai domiciliari, dal 3 al 30 gennaio scorso, con l’onta di un’accusa per stalking. Lo dice la Corte di Cassazione che ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare applicata all’imprenditore della movida dal gip del tribunale di Pescara Antonella Di Carlo dopo un’indagine affidata ai carabinieri e coordinata dalla pm Barbara Del Bono.
ARRESTO IMPOSSIBILE. Carabinieri e procura avevano chiesto gli arresti in casa per Vaccaro, manager teatino di 26 anni, già una volta ma, 7 mesi fa, avevano ricevuto in cambio lo stop del tribunale perché gli indizi contro di lui sarebbero stati davvero pochi, fragili e contraddittori. Però, nei mesi successivi, tra gli arresti bocciati e gli arresti concessi, è successo qualcosa e questo qualcosa è finito sotto la lente della quinta sezione della Cassazione: l’accusa ha portato sul tavolo del gip nuovi elementi contro Vaccaro. Ma, secondo la Cassazione, l’indagine avrebbe deragliato dalle regole giuridiche e quelle accuse – stalking e danneggiamenti – sarebbero state messe insieme con metodi da film, così come rivela il ricorso della difesa a partire dalle intercettazioni abusive fatte senza autorizzazione ma attraverso dei cellulari: taglia e cuci preparati da un poliziotto di Chieti – apparentemente estraneo all’indagine affidata ai carabinieri ma sempre in prima linea fino a bloccare anche l’auto di Vaccaro in strada per interrogarlo – insieme alla presunta parte offesa, Alessio Leonzio, uno dei personaggi più in vista della movida pescarese, lo stesso che nel 2017 aveva presentato «numerose denunce» contro Vaccaro per una serie di danneggiamenti subiti ad auto e casa fino alle tende bruciate. Ora, la Cassazione dice che quelle indagini parallele contro Vaccaro, assistito dal padre Raoul Vaccaro e da Vittorio Supino, hanno un peccato originale: «Avvalendosi dell’attività del poliziotto», dice il ricorso, «il gip ha posto a fondamento dell’ordinanza cautelare atti assolutamente inutilizzabili».
IL RUOLO DEL POLIZIOTTO. Il ricorso di Vaccaro parla del ruolo del poliziotto, in servizio alla Stradale di Nuoro: «Ha avuto specifici contatti fornendo informazioni e investigando “privatamente” sia con la presunta persona offesa sia, circostanza ancor più grave, con il co-indagato Stefano Di Peco». Secondo il ricorso, «in spregio di qualsiasi garanzia difensiva e investigativa», il poliziotto avrebbe «effettuato registrazioni autonomamente», «intrattenuto contatti con il querelante», «trascritto personalmente con vari omissis conversazioni e registrazioni», «interrogato il co-indagato Di Peco» spingendolo a «rendere dichiarazioni incriminanti per sé e nei confronti dei terzi», «effettuato inseguimenti in auto», «fermando personalmente» Vaccaro, interrogandolo e «riferendo che addirittura Vaccaro negava gli addebiti (quali e mossi da chi)».
IN AULA TRE INDAGATI. La Cassazione ha rimandato gli atti al gip ma la fase delle indagini preliminari, ormai, è conclusa: il giudizio immediato è già fissato al 5 giugno prossimo. Sono altri tre gli indagati: Di Peco, 26 anni di Chieti, considerato l’esecutore materiale dei danneggiamenti insieme al terzo indagato, Diego Campetelli, 25 anni di Roccamontepiano.
RETROSCENA. Ma dietro all’inchiesta che coinvolge l’imprenditore delle feste c’è anche una storia di minacce di morte, di locali della movida contesi e di gente che tira cocaina sulla tavoletta di un bagno. È quanto emerge da una denuncia presentata proprio da Vaccaro che, da accusato, diventa accusatore: l’esposto, contro il poliziotto e Leonzio, per i presunti reati di violenza privata, abuso d’ufficio, subornazione di teste e intralcio alla giustizia, rivelazione e utilizzo di segreti d’ufficio, in cui si ricostruiscono dettagli mai citati negli atti d’accusa, è stato presentato al capo della polizia Luigi Savina, al questore di Pescara Francesco Misiti e ai carabinieri di Pescara che hanno curato l’indagine.
©RIPRODUZIONE RISERVATA