l'intervista

Di Rupo: «Via le barriere o finisce l'Europa»

L'ex primo ministro e presidente del Partito socialista belga, di origine abruzzese, lancia l'allarme sulle conseguenze della chiusura delle frontiere in Austria: «Ci saranno dei morti. I migranti cercheranno altre vie di accesso e ci sarà una grave crisi europea»

BRUXELLES. «Ci saranno dei morti. I migranti cercheranno altre vie di accesso e ci sarà una grave crisi europea». Queste le conseguenze della chiusura delle frontiere in Austria, immaginate da Elio Di Rupo, famiglia di origine abruzzese (di San Valentino in Abruzzo Citeriore, Pescara), presidente del Partito Socialista in Belgio, già Primo Ministro belga. «Il cancelliere austriaco Werner Faymann ha risposto al sentimento della paura della sua popolazione. Ma chi ricopre una carica politica deve essere in grado di favorire il superamento delle paure, spiegando con trasparenza come poter accettare questo tipo di situazione».

La questione austriaca è stata lo spunto per una più ampia analisi geopolitica su possibili scenari europei che si andranno a prospettare, in una intervista che l’onorevole Di Rupo ha rilasciato dal suo studio nel palazzo comunale di Mons, dove ricopre la carica di sindaco.

Il ritorno delle barriere è la punta dell’iceberg di una più profonda crisi europea?

«Mettere delle barriere non è una soluzione, significa la fine dell’Europa. In 28 non si può andare più avanti. Penso che lo spirito che ha permesso la creazione dell’Europa non esista più. L’Europa quando si è aperta ai 10 paesi dell’est, che poi sono diventati 12, lo ha fatto troppo in fretta. Non ha favorito la condivisione di ideali come la tolleranza e l’integrazione, ma ha consentito che alcuni paesi come la Slovenia e l’Ungheria si chiudessero in loro. Si è creata un’area geografica molto ampia e molto eterogenea con profonde differenze fiscali e sociali».

Come si può affrontare la questione immigrazione?

«Manca solidarietà a livello europeo, ed è terribile. L’Italia e il Belgio non possono farsi carico delle difficoltà del mondo. Se accogliessimo 2 milioni migranti, non sarebbero nulla per 500 milioni di cittadini europei. Occorre una giusta ripartizione tra i paesi dell’Unione. Paesi come Polonia, Ungheria, Slovacchia, per ragioni nazionali non vogliono avere nulla a che fare con la migrazione, che grava poi sugli altri paesi».

In che modo possiamo ripensare l’Europa?

«Dobbiamo cambiare il rapporto di forza nell’Europa e creare una politica concentrica. Non esiste più la solidità tra i sei paesi fondatori della prima comunità europea. L’Olanda non è più nello spirito europeo, ma ci sono altri paesi che cominciano a dire “non va” e si deve cominciare a lavorare con questi paesi. Roma può giocare un ruolo molto importante, così come Spagna, Portogallo, Grecia, Svezia: paesi che possono trovare, nel rispetto di valori comuni, punti di convergenza dai quali ripartire per costruire il nucleo di una nuova Europa concentrica. L’allargamento di questa dimensione concentrica, avverrà poi in chiave economica con il mercato unico».

America, Russia, Parigi, Berlino: quali ruoli ricoprono nella politica europea?

«In europa l’asse tra Parigi e Berlino rappresenta un asse molto importante per la costruzione europea. Ma oggi non basta ed è anche un freno, perché abbiamo bisogno di nuovi input come dall’Italia.

Abbiamo bisogno di restare con gli americani per ragioni storiche, di convergenza economica e sociale, ma dobbiamo immaginare con la Russia una relazione sana e diretta. Oggi ci troviamo in un rapporto molto freddo. Abbiamo bisogno di vivere non solo in pace attraverso relazioni economiche e culturali, ma di dialogo per risolvere problemi come per esempio in Iraq e Siria. Nello scenario bilaterale abbiamo bisogno americani e russi. Senza dimenticare un paese con un potenziale enorme che è la Cina».

Come sarà l’unione Europea tra 20 anni?

«Oggi l’Europa sul piano economico ha un potere inimmaginabile. Ha molto più potere dei governi nazionali. Senza Europa non c’è futuro nel contesto mondiale, ma vogliamo un’altra Europa. Dobbiamo costruire due gruppi concentrici, in cui il nucleo più federalista veda la presenza di Italia, Francia, Germania, Belgio, Spagna e qualche paese del nord: paesi più integrati e con meno concorrenza fiscale e sociale. Dobbiamo realizzare così un modello di società molto avanzata, che poi allarghiamo concentricamente al mercato unico: uno spazio più economico, che umano.

In che modo si può raggiungere una forma concreta di integrazione tra culture?

«Integrazione significa accettare le regole positive o negative, vantaggiose o svantaggiose che appartengono al sistema nel quale si sceglie di entrare. Non significa perdere le proprie caratteristiche. Puoi coltivarle nella tua realtà personale, ma nella comunità e nella vita di tutti i giorni devi accettare le leggi e i valori della società. Abbiamo in alcune zone qualche difficoltà con comunità, nelle quali per esempio non c’è parità tra donne e uomini, o nelle quali ai giovani studenti viene precluso l’apprendimento di materie scientifiche sull’evoluzione umana in nome della religione. Per me è inaccettabile».

La sua storia racconta di una famiglia partita dall’Abruzzo ed emigrata in Belgio. Cosa ricorda della vita dei minatori e degli immigrati italiani?

«Mio padre era minatore, quando è morto avevo un anno e mia madre è rimasta sola con 7 figli da crescere in un paese straniero. Abitavamo nel quartiere degli operai e dei minatori provenienti da tante nazionalità. Sono cresciuto in mezzo a loro. Il mio primo ricordo risale alla catastrofe di Marcinelle, dell’8 agosto 1956. Avevo 5 anni. Ricordo il pianto incessante delle donne, mentre tutti ascoltavano la radio per avere notizie dei minatori intrappolati nelle viscere della terra. Nella comunità di minatori ho conosciuto il senso della solidarietà. La domenica era il momento di felicità: bastava una fisarmonica, o un gruppo di amici. Bastava la famiglia. il ricordo più bello della mia infanzia è con mia madre: io quando ero con lei ero un bambino felice. Non avevo il padre e mia madre era tutto. Lei non sapeva leggere e scrivere, ma aveva la capacità e l’intelligenza di dare amore. Dopo 20 anni tutti i figli dei minatori italiani hanno trovato altre strade nella società belga e oggi sono un esempio di integrazione totale».

Quale eredità dobbiamo conservare dalla tragedia di Marcinelle, ed in che modo dobbiamo commemorare questo 60° anniversario?

«Nel legame di fraternità e nella comunità umana belga e italiana, la tragedia di Marcinelle è stato il momento peggiore, perché gli italiani hanno pagato con il sangue. Da allora lo sguardo dei belgi verso gli italiani è cambiato, e così anche il nucleo originario della comunità europea. Le persone lavoravano insieme, hanno sofferto insieme, sono morte insieme e dunque Marcinelle è il simbolo molto importante da ricordare come origine dell’evoluzione attuale, dell’economia attuale , del welfare attuale.

Oggi Italia e Belgio si trovano nella parte buona del mondo, e questo è il risultato di un lavoro terribile, di una vita difficile: i minatori hanno dato un contributo enorme. Oggi alla luce delle ennesime tragedie sul lavoro, non dobbiamo pensare che l’insegnamento di Marcinelle è stato vano, ma riflettere: nell’economia c’è la ricerca della massimizzazione del profitto e non si presta più sufficiente attenzione ad aspetti come la sicurezza sul lavoro».

Chi ha cambiato il corso della sua storia personale?

«A scuola incontrai un professore che mi disse: “Di Rupo tu vali qualcosa, mettiti a lavorare.” Avevo 17 anni, ho iniziato a lavorare perché sentivo di avere una responsabilità nei confronti di questo adulto che per la prima volta mi aveva trattato da adulto. Da quel giorno non ho più smesso. La politica non è stata una scelta, ma un richiamo viscerale. Il desiderio di aiutare gli altri è stato per me un’attrazione irresistibile. Ho avuto la fortuna di incontrare persone importanti che mi hanno messo sulla mia strada. Non è facile entrare in un partito politico. All’inizio non volevo, perché pensavo da giovane che era come una prigione. Ma per fare politica ci vuole un partito, ci vuole una struttura, ci vuole un’organizzazione.

Le fasi della vita politica sono state un continuo combattimento. Ho conosciuto difficoltà quando ho cominciato come italiano figlio di immigrati. Ero quasi il primo con nome italiano nel panorama politico. Ho conosciuto venti contrari perché andavo stroppo svelto nella carriera. Qualche volta ho dovuto anche accettare di fare un passo indietro. E’ stato difficile».

C’è un valore italiano o abruzzese che ha conservato?

«Nella mia famiglia c’è sempre stata questa grande apertura dello spirito. Senza scuola, senza soldi, c’era comunque una visione della società e del mondo molto tollerante. E quando vado in Abruzzo spesso ritrovo questa caratteristica di apertura al mondo».

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