PESCARA

Omicidio Neri: verità a un passo, città tappezzata di appelli 

Agli investigatori manca l’ultimo tassello per incastrare l’assassino del 28enne. Intanto decine di poster con la foto del giovane sono ricomparsi su ponti e piazze

PESCARA. Manca un tassello. Un tassello soltanto. Un tassello ancora.
A un anno dall’omicidio di Alessandro Neri (lo scorso 5 marzo, e domani sarà un anno dal ritrovamento del cadavere a Fosso Vallelunga) la verità sembra ormai a un passo. Ci stanno lavorando senza sosta gli uomini del tenente colonnello Massimiliano Di Pietro, che dirige le indagini coordinate dal sostituto procuratore Luca Sciarretta: la pista c’è, il movente anche, il sospettato pure. E tutto ruota intorno alla Opel Meriva data alle fiamme poche ore dopo l’omicidio di Neri, tra le 18,25 e le 20,30 di quel lunedì 5 marzo 2018. E all’uomo che la prese in prestito pochi giorni prima, e che di quel rogo disse agli investigatori di non saperne nulla perché in quei giorni era in Spagna. Salvo poi scoprire che in Spagna non c’era mai andato.
Decisiva, ai fini delle indagini, la retata di gennaio che ha portato in carcere una serie di personaggi di piccolo e medio calibro, legati al mondo dello spaccio, e finiti nel mirino degli investigatori nel corso delle intercettazioni avviate la scorsa estate proprio per indagare sul delitto Neri. Decisive perché, dopo aver aiutato gli investigatori a perimetrare con certezza il contesto in cui è maturato l’omicidio, li ha indirizzati anche sulle ultime frequentazioni avute da Neri nelle sue ultime ore di vita. Frequentazioni riconducibili proprio a quella Meriva grigia data alle fiamme e all’uomo che l’aveva presa in prestito. In particolare, da quanto ricostruito dopo la retata di gennaio, sembrerebbe che Neri, quel 5 marzo, uscendo alle 18 di casa con più di diecimila euro in contanti, avesse un appuntamento ben preciso proprio con qualcuno legato a quella Meriva. Auto sulla quale sarebbe salito (dopo aver parcheggiato la sua Fiat Cinquecento in via Mazzini) e che lo avrebbe portato a Fosso Vallelunga, dove di fatto viene agganciata la cella del suo telefonino intorno alle 18,25 di quel 5 marzo. Per spegnersi alle 20,30.

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Ma se fosse davvero quell’auto bruciata l’auto che lo ha portato alla morte, come avvalorerebbe il calco dello pneumatico rinvenuto a Fosso Vallelunga risultato del tutto compatibile con lo pneumatico della Meriva recuperato dallo sfasciacarrozze dov’era stata portata l’auto bruciata (peraltro in modo del tutto anomalo), resta da capire chi era con Ale in quella macchina. E se, eventualmente, lo ha portato da qualcun altro che lo attendeva proprio lì dove è stato lasciato esanime, con due colpi di pistola esplosi al fianco e in testa. Qualcuno, sono convinti gli investigatori, con cui Neri doveva concludere l’affare con i soldi che si era portato dietro. Qualcuno che però, all’appuntamento con Alessandro, si è presentato con la pistola forse per derubarlo, o semplicemente per minacciarlo, per poi trovarsi a fronteggiare l’orgogliosa reazione di Neri. Qualcuno che adesso, dopo un anno di indagini, potrebbe avere le ore contate mentre sui muri della città, sui ponti e nelle piazze sono ricomparsi decine di manifesti con la foto del 28enne ucciso e l’appello: «Verità per Ale». Un anno dopo non lo chiedono solo la famiglia o gli amici, come nei giorni successivi all’omicidio, ma lo chiede la città.