IL DIARIO DEL FESTIVAL

Sanremo, che belle le vecchie canzoni

La serata delle cover regala una conferma: i brani di oggi non reggono il confronto con le canzoni del passato. Conti precetta il Coro dell'Antoniano, la De Filippi osa con Givenchy

Basta che arrivi Chiara – una biondina che non è propriamente una Mina – e che intoni le prime note di Diamante, un brano di Zucchero del 1989, per capire che il problema con le canzoni del Festival non sono tanto i cantanti (che pure ci mettono del loro) ma proprio le canzoni. Quelle di oggi non reggono il confronto con quelle del passato. E non è solo una questione di nostalgia. E’ proprio che sembra ormai smarrita l’antica arte di confezionare, in tre minuti, un artefatto di musica e parole capace di sonnecchiare nella memoria per anni per poi risvegliarsi di colpo, a prescindere da chi lo interpreti. La serata delle cover a Sanremo ha sottolineato, così, la pochezza del nostro presente canoro (ma non solo) col semplice confronto con un passato neppure tanto remoto.

Lo ha dimostrato anche Al Bano che, reduce come tutti da una canzone dimenticabilissima (quella in gara), ha interpretato la sua versione di Pregherò, la cover di una cover: la cantava Celentano nel 1965 sostituendo l’italiano di Don Backy all’inglese di Ben E. King. E ha impressionato persino Lodovica Comello, la ragazzina che arriva diritta da una soap opera ispanica, che ha cantato Le mille bolle blu di Mina, sgambettando con tre ballerini come in un musical di Stanley Donen. L’assenza delle canzoni-nenie in gara ha fatto tirare un sospiro di sollievo al pubblico e, non so se ci avete fatto caso, anche ai due presentatori.

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La De Filippi ha lasciato nell’armadio i completi da direttrice di collegio svizzero in favore di un bel vestito colorato di Givenchy; e lo stesso Conti sembrava più a suo agio con farfallino e smoking al posto della solita divisa da autista dell’Arpa. Certo, gli ascolti record delle prime due serate sono serviti a sciogliere un po’ di tensione. Ma, attenzione, non è che la caccia ai telespettatori si sia placata. Tutt’altro. Conti ha precettato anche il Coro dell’Antoniano (che ha sciorinato un medley di canzoni dello Zecchino d’oro) alla ricerca forse dell’ultimo segmento demografico significativo ancora renitente all’appello: i bambini.

A questo punto mancano solo i nonagenari. Ma per beccare l’attenzione dei bisnonnini bisogna almeno ricorrere a un loro coetaneo, chessò?, a un Teddy Reno. La sua presenza sul palco dell’Ariston non è prevista per il momento. Mai dire mai, però.