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Quell'incontro con Gualtiero Marchesi

È un onore iniziare il mio blog con il ricordo di un'eccellenza. Ben 12 anni fa ho avuto il piacere di condividere alcuni giorni nella Marsica con il Maestro Gualtiero Marchesi, scomparso un paio di giorni fa e già rimpianto da ogni dove. L'uso della maiuscola per la definizione di questo grande rivoluzionario della cucina italiana, o meglio della "nuova cucina" come lui amava definirla, non è casuale. L'occasione dell'incontro fu la prima edizione di "Bastioni e Bastimenti", un evento che organizzo a Celano insieme ad altri amici e che quest'anno è giunto al 12esimo anno. Alla sua prima edizione, attraverso i buoni uffici di Franco Franciosi e Igles Corelli (chef entrambi), riuscimmo a contattare Gualtiero Marchesi e a proporgli, per la verità senza troppe speranze di ottenere un sì, la sua partecipazione a un evento benefico a Celano. Chiedere la presenza del guru della cucina italiana ci induceva a credere che avrebbe chiesto in cambio un compenso per noi inaccessibile. Invece, la sua risposta ci spiazzò: "L'occasione è benefica, vengo gratis, ma ho una certa età e vi chiedo di venirmi a prendere". Un nostro amico andò a prelevarlo con la sua auto a Colorno (Parma) e il Maestro rimase per tre giorni a Celano. Dormì all'hotel le Gole e mangiò ai ristoranti da Guerrinuccio e al Castello di Aielli. La serata di gala, benefica, testimoniata dalla foto, nell'ambito di "Sentieri del gusto", ebbe una grande partecipazione e fu finalizzata alla raccolta di fondi per il Progetto Afrique, la costruzione di un ospedale in Costa d'Avorio. Quella sera chiesi a Marchesi di giudicare i piatti che via via alcuni giovani chef emergenti ci avrebbero cucinato. Il Maestro non si sottrasse, commentò, criticò con eleganza i piatti e deliziò la tavola con argute considerazioni sulla cucina. Il giorno successivo, quello della sua partenza, mi regalò un libricino, "30 anni di cucina... Lettera agli amici", che contiene una lezione di vita dietro i fornelli, dal ricordo "dei cuochi delle trattorie che conoscevano i sapori della cucina delle mamme o delle loro nonne, quelle di una volta, che avevano tempo, quelle che dovevano creare i gusti perché non ne trovavano di prefabbricati alle grandi cucine degli chef francesi, rigore, tecnica, organizzazione, elaborazione" fino al suo commiato "la cucina è incontro con gli altri, è per me desiderio di creare un ambiente totale e interattivo... anche se a volte un po' tartassato per aver tartassato a mia volta, esagerato credendo nella semplicità. Che non è una via di mezzo, ma estrema". Ebbene, quel libricino lo custodisco gelosamente. Il più grande rappresentante della storia della cucina italiana ci diede una lezione di generosità con la sua presenza. Non mercanteggiò prebende. E se lo sarebbe potuto permettere. Sarebbe bello pensare che anche molti chef di oggi, infinitamente inferiori, non intendano la cucina solo come business. C'è un grande Maestro da emulare. Difficile se non impossibile dietro i fornelli. L'esempio di vita, quello sì, è alla portata di tutti: la grandezza dell'umiltà.

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