Il gip: «Di Martino deve restare in cella» 

Per il giudice l’uomo che ha ucciso il padre è pericoloso. Gli inquirenti dubitano che volesse difendere la madre

SILVI. Per il gip Domenico Canosa il 46enne Giuseppe Di Martino, accusato di omicidio volontario per la morte del padre Giovanni, è pericoloso e deve restare in carcere. Il giudice lo scrive nero su bianco nell’ordinanza con la quale ieri mattina ha convalidato il fermo di polizia giudiziaria e disposto contestualmente, nei confronti dell’uomo, la custodia cautelare in carcere così come richiesto dal pm Enrica Medori, titolare del fascicolo.
LE ESIGENZE CAUTELARI. Nell’accogliere la richiesta di misura avanzata dal pm il gip ha escluso la sussistenza del pericolo di inquinamento probatorio, ma ha ritenuto sussistenti quelle del pericolo di fuga e di reiterazione del reato. Per il giudice, infatti, l’assenza di un lavoro stabile e i contatti con il Brasile, dove Giuseppe aveva trascorso molti anni, oltre alle stesse dichiarazioni dell’indagato, che aveva espresso la sua intenzione, dopo alcuni giorni passati a Domodossola con la madre, di tornare in Brasile, farebbero ritenere probabile l’esistenza del pericolo di fuga. Così come le modalità e circostanze in cui si sarebbero consumati i fatti e quella che il gip definisce nell’ordinanza come la «spiccata pericolosità dell’indagato», che sarebbe evidenziata da quella che per l’accusa è stata a tutti gli effetti un’aggressione ai danni del padre, farebbero ritenere concreto il pericolo di reiterazione del reato. Pericolo ravvisabile anche nel comportamento successivo ai fatti, a fronte di quello che investigatori e inquirenti ritengono come il tentativo di inquinare la scena del crimine, e nella caduta di circa un anno fa di cui il padre era rimasto vittima, in un momento in cui si trovava in casa con il figlio, e ritenuta sospetta da medici e investigatori.
LA DIFESA. Il legale di Di Martino, l’avvocato Nicola De Majo, nella sua memoria difensiva, con la quale chiedeva la scarcerazione dell’uomo o in subordine l’applicazione degli arresti domiciliari o dell’obbligo di firma, aveva sottolineato la piena collaborazione mostrata dal 46enne architetto. Per il legale oltre a non esistere il pericolo di inquinamento delle prove, avendo la procura sequestrato tutto il materiale probatorio del caso, non vi sarebbero stati né il pericolo di fuga, essendo l’uomo rimasto sul posto per soccorrere il padre e successivamente portarlo in ospedale, né quello di reiterazione del reato, essendo l’uomo incensurato e intervenuto solo in difesa della madre. «L’ordinanza di custodia cautelare contiene delle inesattezze legate al fatto che è necessario approfondire alcuni elementi», commenta il legale. Mi riservo di presentare ricorso al Riesame, essendo totalmente convinto dell’innocenza del mio assistito».
LA RICOSTRUZIONE DI GIUSEPPE. Nel corso dell’udienza di convalida, rispondendo alle domande del gip, Giuseppe ha infatti confermato le dichiarazioni rilasciate da lui e dalla madre subito dopo i fatti, ribadendo di essere intervenuto per difendere la donna e come il padre sia caduto e abbia sbattuto la testa in maniera accidentale nel corso della colluttazione. Giuseppe ha anche confermato di aver cercato di rianimare il padre prima di portarlo in ospedale.
L’ACCUSA. Una ricostruzione a cui non credono investigatori e inquirenti. Dubbi sposati dallo stesso gip, per il quale oltre a non essere credibile la ricostruzione della donna sul pregresso litigio tra lei e il marito, non avendo riscontrato i medici del presidio di Atri lesioni o ferite, non sarebbero credibili nemmeno le dichiarazioni sul decesso dell’uomo per una caduta accidentale a fronte delle numerose lesioni riportate dalla vittima. Secondo gli inquirenti, per i quali sarebbe molto più probabile che la lite ci sia stata solo tra padre e figlio, inoltre, Giovanni sarebbe rimasto esanime a terra per almeno 45 minuti prima di essere portato in ospedale. Aspetti che per il gip farebbero ritenere che di fronte alla morte dell’uomo, avvenuta nell’abitazione, madre e figlio presi dalla paura avrebbero concordato la tesi della caduta accidentale e messo in ordine la stanza.
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