Marta Bastianelli esulta vittoriosa su un traguardo

TERAMO

Marta, una vita in bicicletta sognando le Olimpiadi di Tokyo 

La campionessa europea di ciclismo su strada: «Ho iniziato da piccola, ma per le donne è tutto difficile. Vedo sempre più asfalti dissestati e pieni di buche»

TERAMO. Le scelte di vita diventano tali per caso. La piccola Marta ha solo pochi anni quando per gioco inforca la sua prima bicicletta seguendo i cugini e pedalando «fino a non sentire più le gambe». Nel 2007 a Stoccarda diventerà campionessa del mondo di ciclismo su strada e a giugno di quest’anno campionessa europea a Glasgow con l’oro dedicato a sua figlia. Marta Bastianelli, 31 anni, laziale di nascita e «abruzzese per amore» ti porta dritto al cuore di questa storia. Che è quella di una giovane donna che fa la mamma e sogna le Olimpiadi. Perché se la storia grande fa i suoi giri nelle metropoli, i piccoli prodigi si consumano altrove. «Dove vivo io la tranquillità regna sovrana» ti dice fiera e orgogliosa quando racconta la quotidianità tra allenamenti, la sua Clarissa di 4 anni mezzo e la sua «fantastica famiglia» nella grande casa di Guardia Vomano.

La campionessa con il marito Roberto De Patre e la loro figlioletta Clarissa

Il marito, l’ex corridore professionista Roberto De Patre, i suoceri, i suoi genitori, «tutti quelli che con la loro presenza mi consentono di fare quello che faccio». Perché la vita è una corsa e per stare in piedi bisogna sempre pedalare. Lo sa bene Marta che nel 2008 dopo una squalifica per doping ha rischiato di interrompere una carriera trionfale. Ma Marta ha imparato sulla propria pelle che quando si cade bisogna risalire subito in sella. E così ha fatto. Con forza e determinazione. Le stesse con cui ti racconta, citando la prossima gara o l’albero di Natale appena fatto con la sua Clarissa, «di quel piccolo intervento che tra qualche giorno dovrò fare per asportare un fibroadenoma benigno al seno, così come mi è già successo cinque giorni prima del matrimonio». Ma Marta è abituata a combattere e a vincere. Con il sorriso prima ancora che con la testa e il cuore.
Come nasce la passione per la bicicletta?
«Quando ero piccola vedevo i mie cugini che facevano questo sport e così mi sono appassionata anch’io. Ricordo le corse a Lariano (la cittadina laziale in cui è nata (ndr), chilometri e chilometri in sella alla bicicletta. All’inizio solo per gioco, poi è diventato qualcosa di più e di diverso. Mi sono accorta che la bicicletta era qualcosa di più, che quello sport mi completava. E allora il passo è stato davvero brevissimo e in poco tempo mi sono ritrovata ad allenarmi ogni giorno, a confrontarmi con altri atleti e a partecipare alle competizioni. Poi sono arrivati i primi risultati, sono arrivate le società e la corsa in bicicletta è diventata parte integrante della mia vita».

Un altro arrivo vittorioso della Bastianelli
Nel 2007 diventò campionessa mondiale. L’anno dopo venne trovata positiva ad un controllo antidoping durante i campionati europei ad Arona e squalificata. Una squalifica che non le permise di partecipare ai giochi olimpici di Pechino. Come si riparte?
«Da allora sono passati undici anni e sinceramente non ho tanto da dire su quella vicenda. Sono sempre stata tranquilla e reputo di essere sempre stata dalla parte della ragione. Per me è un capitolo chiuso. Come si riparte? Dal cuore e dalla testa, da una grande forza di volontà».
In Italia le donne atlete sono tante e vincono tanto, ma per lo Stato restano dilettanti. Così, almeno, stabilisce la legge 91 del 1981 attualmente in vigore. E questo nonostante le medaglie e gli allenamenti quotidiani. Perché è ancora così difficile essere atlete donne professioniste?
«In questo nostro Paese, purtroppo, la donna atleta è ancora considerata di serie B. Basti vedere la differenza che esiste a livello di premi, di ingaggi. Quello che noi prendiamo non è assolutamente paragonabile a quello che guadagnano i colleghi maschi. Basti pensare che noi sportive non abbiamo il congedo per maternità. Gli allenamenti sono gli stessi dei colleghi maschi, i sacrifici sono gli stessi, l’impegno è lo stesso. Queste normative dovranno cambiare a partire dal 2020. Non so se mia figlia deciderà di diventare una sportiva, ma da mamma e da donna mi auguro che qualora dovesse farlo potrà farlo in un mondo con regole uguali per tutti senza discriminazioni tra uomini e donne».
Parliamo di sicurezza sulle strade sempre più dissestate e sempre più pericolose.
«Qualche settimana fa era a Milano ad una manifestazione insieme ad un collega. Qualche giorno dopo è caduto facendo allenamento su strada ed ora è in coma. La sicurezza per noi ciclisti è davvero una utopia, soprattutto negli ultimi tempi. Le strade sono sempre più dissestate e pericolose, con buche e in alcuni casi delle voragini. E poi, soprattutto da noi, mancano le piste ciclabili. Quelle che ci sono sicuramente non sono sufficienti. Penso che da questo punto di vista sia necessario un impegno maggiore da parte delle istituzioni per garantire una sicura percorribilità delle strade».
Lei si allena dalle tre alle cinque ore al giorno che, naturalmente, aumentano in prossimità delle gare. Dopo la maternità ha anche pensato di lasciare. Quanto è difficile conciliare le cose?
«Sicuramente non è facile e proprio in previsione di questo dopo la nascita di Clarissa avevo pensato di lasciare. È stato un grande merito di mio marito, dei miei suoceri, dei miei genitori se ho ripreso a correre. Il loro appoggio è stato fondamentale e devo dire che, anche per questo, non smetterò mai di ringraziarli. Perché lo sport è parte integrante della mia vita, del mio modo di essere, Marta è la sua bicicletta. Se avessi lasciato sicuramente con il tempo mi sarei accorta di aver preso la decisione sbagliata».

Una festa di Marta sul podio

Il futuro sportivo per lei è in un calendario molto fitto. Nel prossimo anno l’aspettano i campionati italiani, quelli europei e il mondiale. Con una novità che è il cambio di società. E poi ci sono le Olimpiadi del 2020. Tokyo è un sogno che già tocca con mano?
«Sarebbe il coronamento di una carriera e per scaramanzia non voglio dire niente. Preferisco concentrarmi sugli appuntamenti del prossimo anno che mi vedranno correre con una società danese che si chiama Virtu visto che a fine anno si concluderà il mio rapporto con il team Alè-Cipollini con cui ho raggiunto ottimi risultati e traguardi molto importanti. Ma nella vita niente è per sempre e non si smette mai di pedalare. Ho imparato che quando si cade bisogna subito risalire in sella e ricominciare perché la vita è una sfida da vivere a 360 gradi».
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