Marina Angrilli e la figlia Ludovica

TRAGEDIA DEL VIADOTTO

«Non può esserci perdono per la morte di Marina e Ludovica» 

Il dolore di Francesco Angrilli, fratello e zio delle vittime: «Il ricordo di loro è la gioia con cui interpretavano la vita»

PESCARA. «È una ferita sempre aperta per me e per i miei familiari, una ferita che non si può richiudere, e fa ancora più male in occasione delle feste e della ricorrenza dei fatti del 2018»: c’è poco o nulla che possa lenire il dolore di Francesco Angrilli (nella foto), fratello di Marina Angrilli, la professoressa 51enne dello scientifico Da Vinci uccisa dal marito il 20 maggio di due anni fa, insieme alla figlia Ludovica. «Certo, si va avanti nella vita perché bisogna farlo, ma la mancanza di due persone carissime è sempre forte: è un silenzio che rimbomba», spiega il dottor Angrilli, responsabile dell’unita operativa Diagnosi e terapia dei linfomi dell’ospedale di Pescara.


Dottor Angrilli, qual è la prima cosa che pensa quando torna con la mente alla tragedia di due anni fa?
«Che non ci se ne può fare una ragione. Non è facile accettare un evento così violento. Per lavoro vivo in mezzo alle sofferenze, vedo persone che non ce la fanno, sono abituato al dolore della dipartita. Ma pur nel dolore sempre grande, una tragedia del genere fa più male».
C’è qualcosa che le permette di lenire questo dolore?
«Il lavoro continua a essere un po’ l’unico anestetico, mi permette di non pensare, al contrario del tempo libero in cui la mente torna lì».

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Si è mai posto la questione del perdono in questi anni?
«No. Non sento assolutamente di poter perdonare: non ne sento né il bisogno né il desiderio. Da parte mia una cosa così terribile non è perdonabile».
L’anno scorso ci fu uno spettacolo al Flaiano per ricorda suo sorella e la figlia Ludovica: farete qualcosa di simile in futuro?
«Stavamo ragionando su qualcosa del genere quando è scoppiata l’emergenza sanitaria, a uno spettacolo o un incontro-dibattito pubblico sulla violenza contro le donne o sul femminicidio insieme ad associazioni del settore. È quello che probabilmente faremo l’anno prossimo. E, sempre nel ricordo di Marina e Ludovica, avevamo dato un contributo al Gruppo abruzzese linfomi per acquistare un pulmino per il trasporto di persone bisognose di assistenza, ma dopo il primo viaggio il servizio si è fermato a causa del coronavirus».
Chi vi è stato più vicino nel ricordo della tragedia?
«Gli alunni della V A del liceo scientifico: mi hanno chiamato in questi giorni, sono stati a pregare sulla tomba della loro professoressa. Mi sono legato anch’io a questi ragazzi».
Cosa ne è stato dell’appartamento dove vivevano Marina e Ludovica?
«È rimasto com’era. Sono state solo tolte le cose di lui. Gli effetti di Marina e della bambina restano lì, come se il tempo si fosse fermato a quel giorno. Non abbiamo mai considerato l’ipotesi di toccare qualcosa».
La prima cosa che le viene in mente pensando a loro?
«La loro felicità. Vivevano e godevano ogni istante della vita, dall’attività lavorativa di mia sorella a quella ludica di mia nipote. Erano un po’ la punta dell’iceberg di una famiglia che trovava in loro energia. Il ricordo di loro è il ricordo della gioia con cui interpretavano la vita, ed è ciò che fa ancora più male di questa tragedia».
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