Raggirò Nadia e Bartolo, condanna confermata e pena ridotta per Di Felice

Circonvenzione d’incapace, nuova sentenza con rito abbreviato per l’uomo: avrebbe continuato a derubare i due anche durante gli arresti domiciliari
PESCARA. Condanna confermata in appello per Carmine Di Felice che per anni ha spillato soldi a una coppia fragile, Bartolo Beninato e Nadia Baldacci, adducendo diverse scuse, prima fra tutte quella di intercedere in favore di Bartolo per aiutarlo a trova un posto di lavoro.
Ieri i giudici della Corte aquilana hanno però rideterminato la pena per Di Felice a tre anni di reclusione e 600 euro di multa rispetto ai quattro anni e mezzo che gli erano stati inflitti con il rito abbreviato in primo grado, davanti al gup Giovanni de Rensis, per il reato di circonvenzione di incapace. La storia giudiziaria dell’imputato, rispetto alla malcapitata coppia, parte però da lontano, nel senso che Di Felice era stato già condannato, sempre per lo stesso reato, a 2 anni e 6 mesi, pena confermata anche in appello. Ed è proprio dopo questa seconda condanna in appello, e mentre l’uomo si trovava agli arresti domiciliari, che maturarono i fatti che hanno portato Di Felice alla seconda condanna, anche questa confermata ieri in appello.
A portare all’attenzione dell’opinione pubblica le vicende di Nadia e Bartolo, fu la trasmissione televisiva “Le Iene”, con un servizio di Giulio Golia che, entrato in confidenza con Bartolo, riuscì a farsi consegnare un libricino nel quale la vittima segnava ogni somma versata all’imputato.
Quest’ultimo, dopo le condanne nei primi due gradi di giudizio, approfittando delle due ore che aveva a disposizione per uscire di casa dove era ai domiciliari, avrebbe organizzato i prelievi mensili proprio quando Bartolo andava alle Poste a incassare la pensione. Importante è stata l’attività svolta dai legali di Nadia e Bartolo, gli avvocati Giovanni e Alfredo Mangia (che si sono sempre costituiti parte civile), che hanno raccolto molti elementi utili all’accusa per incastrare l’imputato che approfittava delle condizioni psichiche della coppia per intascare la sua “rendita”.
Una volta in possesso del libretto con date e somme erogate all’imputato, la polizia si organizzò con pedinamenti e quant’altro per arrivare a cogliere sul fatto Di Felice che stava ormai taglieggiando la coppia da circa tre anni (i fatti contestati vanno dal 2021 al 2 maggio del 2024), pur essendo ristretto agli arresti domiciliari, misura che i giudici della Corte d'Appello dell’Aquila ieri hanno confermato, rigettando la richiesta del difensore d’ufficio di revoca del provvedimento restrittivo (Di Felice inizialmente era difeso dall’avvocato Antonio Di Blasio, poi dopo la seconda condanna venne assistito dall’avvocata Melania Navelli che, qualche giorno prima dell’appello di ieri ha rimesso il mandato).
La polizia, dunque, il giorno dell’ultima consegna di denaro da parte di Bartolo, fece scattare la trappola. Le banconote che la vittima ritirò dalle Poste vennero segnate e così, quando Di Felice fece salire in macchina Bartolo per farsi consegnare il denaro (come faceva ogni mese), entrarono in azione gli agenti che trovarono le banconote segnate nella disponibilità dell’imputato e per quest'ultimo scattò il nuovo arresto.
In totale Di Felice era riuscito a spillare a Bartolo e Nadia «26mila euro in plurime dazioni che andavano da 1.800 euro ai 2 euro», come scrisse il gip Fabrizio Cingolani nella misura cautelare. Nel primo processo del 2019 la psicologa che venne ascoltata a processo, spiegò l’importante «patologia psichiatrica della coppia: un disturbo delirante cronico con distacco dalla realtà». E di questo approfittò Di Felice che per anni, e nonostante un primo processo con condanna, continuò a sfruttare le fragilità della coppia.
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