In piedi a sinistra Giancarlo Favoccia, al centro il piccolo Edoardo con il casco

Rigopiano, il vigile del fuoco Giancarlo e il piccolo Edoardo: un'amicizia che durerà 

Il bambino che ha perso i genitori e il suo “salvatore” si sono incontrati di nuovo. L’uomo: «Questo rapporto per me è un inedito, ma quella tragedia è particolare» 

Qualcosa li unirà per sempre. Forse non parleranno mai di cosa sia, forse non è necessario. L’amicizia, quella vera, non ha bisogno di parole. Basta a se stessa, nasce nelle condizioni più impensabili, in un attimo e dura per sempre. Edoardo Di Carlo ha perso un pezzo importante di sè nella valanga di Rigopiano, mamma Nadia e papà Sebastiano se ne sono andati e lui, 10 anni, è uno dei bambini che si sono salvati dalla tragedia.
I suoi salvatori hanno braccia forti e un cuore grande nascosto sotto una professionalità straordinaria che non riesce, per fortuna, ad essere fredda e distaccata. Uno di loro è Giancarlo Favoccia, vigile del fuoco in servizio al comando di Roma, 48 anni, papà di Matteo, coordinatore del team Usar Lazio, il personale specializzato in disastri, intervenuto sin dalle prime ore sul luogo della tragedia.

Tra questo omone generoso e il bimbetto che ha resistito, con gli altri, 50 ore sotto una coltre gelida di neve e detriti, la simpatia, preludio di ogni amicizia, è scattata subito, mentre il vigile che lo aveva afferrato – «finalmente» – lo trascinava, proteggendolo con il suo corpo, dentro il tunnel che lo avrebbe riportato alla luce, al pezzo della sua famiglia rimasto, i fratelli Riccardo e Piergiovanni, e alla comunità loretese che lo aspettava trepidante. Sembra incredibile, ma in certi momenti spaventosi a placare la paura può servire la normalità di una battuta. Così è stato per Edoardo, “preso in giro” sulla sua passione per la Juventus («Sei un bianconero? Allora ti prendo per ultimo») da Giancarlo: un sorriso strappato al ghiaccio che ha scaldato il ragazzino e allacciato un legame speciale.
Un mese dopo la valanga, e poi ancora qualche giorno fa, per l’Epifania, Giancarlo e altri vigili, Stefano Simoni e Stefano Vagnini, si sono incontrati con Edoardo, i suoi fratelli, i nonni, lo zio, Adriana e Giampiero Parete con i figli Gianfilippo e Ludovica, la famiglia pescarese sopravvissuta intera, il piccolo Samuel Di Michelangelo. Semplicità e calore umano, doni e allegria gli ingredienti di quegli incontri. Giancarlo Favoccia ne parla con il pudore di chi ha il rispetto dei sentimenti: «Edoardo l’ho trovato bene, abbiamo giocato e chiacchierato. Non mi sono permesso di fare domande sui ricordi, su quello che è accaduto. Io vado in punta di piedi in queste cose, è un bambino. Anche con gli adulti non se ne parla. Ci fa piacere vederci, è un momento di gioia, vogliamo portare allegria non tristezza».
Come vi siete ritrovati?
«Attraverso i social, con gli adulti. Con Edoardo non ci scriviamo, né con gli altri bambini, troppo piccoli».
Lei è stato all’Aquila nel 2009, ad Amatrice, a Norcia... È frequente che si creino legami con le persone soccorse?
«Questo rapporto per me è un inedito. Noi lavoriamo in caserme operative a Roma, tutti i giorni soccorriamo persone, ma rimane lì. Invece l’eccezionalità di Rigopiano combacia con l’eccezionalità della relazione che si è creata, particolare come quello che è accaduto e che ci rimarrà dentro sempre, nella vita professionale e umana».
Lei e la sua squadra siete stati tra i primi ad arrivare.
«Siamo stati chiamati all’ora di pranzo del 18 gennaio, dopo le scosse di terremoto, per andare a Teramo, c’erano paesi isolati da raggiungere. Ma appena arrivati è giunta la notizia della slavina a Rigopiano e siamo stati dirottati lì. Eravamo nel convoglio dietro alla turbina. Un viaggio fino all’alba. Quando siamo arrivati sono rimasto senza fiato: per qualche istante ci siamo sentiti impotenti, tutti noi abbiamo esperienze con terremoti, alluvioni, incendi, ma lì era diverso da tutto. Una autostrada di neve, non si capiva dove mettere le mani».
Ha pensato di poter salvare ancora qualcuno?
«Un vigile del fuoco spera sempre, ma io devo dire che ho pensato: qui non si salva nessuno».
Invece...
«Dopo ore e giorni che scavavamo, la mattina del 20 abbiamo cominciato a sentire le voci. Qualcuno là sotto era vivo».
Una emozione.
«Fortissima, mi creda. Avevamo scavato 5 metri di neve prima di arrivare alla falda del tetto dell’albergo, che abbiamo tagliato con una motosega. E lì il call-out: chiamavamo, il collega Cavallo ha sentita la prima voce, era quella di Adriana. La tiriamo fuori con il figlio Gianfilippo, lei ci dice che sua figlia Ludovica con altri bambini è nella sala biliardo. Individuata questa porzione sepolta l’abbiamo “attaccata” dal basso, costruendo un tunnel nella neve per avvicinarci. Nel frattempo chi lavorava dall’alto era arrivato al solaio, e infilando una telecamera ha rintracciato i 3 bimbi. Noi proseguito da sottoterra, perché da sopra non sapevamo come avrebbe reagito la struttura. Le voci erano via via più forti. Fino a che siamo arrivato a una parete doppia, di muratora e legno, abbiamo fatto il buco da cui sono stati estratti i ragazzi. Vicino al foro c’erano Fabrizio Cautadella, Marco De Felici e Marco Filabozzi, io e Stefano dovevamo fare 15 metri nel tunnel con i bambini, proteggendoli con il corpo e strisciando. Facevamo una staffetta, ce li passavamo in questo “ombelico” fino a consegnarli a chi era fuori . Intanto cercavamo di scherzare: Tu di che squadra sei Edoardo? Juventino, allora sei ultimo, gli faccio, e lui ride. Erano stati al buio, su un divanetto, stretti stretti per scaldarsi, ma stavano bene. Quando li abbiamo tirati fuori c’è stato un pianto unanime, liberatorio. Mi sono reso conto di tutto dopo. Quando rivedo le immagini in tv con quei bambini è una gioia. Per Edoardo in modo speciale, i suoi fratelli hanno riaperto la pizzeria dei genitori, gli auguriamo un mondo di bene. Il dolore, quello sarà difficile cancellarlo».
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