Calcio

Tardelli venerdì a Crecchio: «Sono legato all’Abruzzo, è bello tornarci per beneficenza»

24 Maggio 2026

Intervista al Campione del mondo 1982: «La Nazionale va meritata. Bisognerebbe cambiare tutto e rifondare il sistema. Ma al momento non mi sembra sia questa la strada intrapresa»

PESCARA. Sulla barra di ricerca di Google, se si digita la parola “urlo”, appena sotto il celebre dipinto di Munch compare subito “l’urlo di Tardelli”. Quello di Marco che corre sotto il cielo di Madrid con gli occhi sbarrati, i pugni stretti e tutta la gioia del mondo addosso. Un’esultanza diventata leggenda. Era l’11 luglio 1982 quando Tardelli scaraventò in porta il pallone del 2-0 nella finale Mondiale contro la Germania Ovest, allo stadio Santiago Bernabéu. Prima il lampo di “Pablito” Rossi, poi quella corsa sfrenata entrata per sempre nella storia dello sport italiano, infine il sigillo di Altobelli: l’Italia di Enzo Bearzot tornava sul tetto del mondo conquistando la sua terza Coppa del Mondo. Con la maglia numero 8 sulle spalle, Tardelli è diventato il simbolo di un calcio fatto di carattere, fame e appartenenza. E mentre in azzurro faceva sognare un Paese intero, con la Juventus metteva in bacheca praticamente tutto: cinque scudetti, due Coppe Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa Uefa, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Uefa. Venerdì l’ex centrocampista bianconero sarà a Crecchio per la cena di beneficenza organizzata da Anima Bianconera (Juventus Fan Club Ortona), giunta alla quarta edizione e in programma alla Sala Invidia di Casino Vezzani. Parte dell’incasso sarà devoluta all’associazione Agbe che si occupa di bambini con malattie oncologiche. Nel frattempo, Marco Tardelli si racconta al Centro.

Tardelli, partiamo dalla cena di beneficenza. In che modo lo sport può essere utile in queste iniziative?

«È determinante. Gli sportivi si mettono sempre a disposizione per queste iniziative e se lo fanno è perché ci credono. Sappiamo che chi soffre ha bisogno di aiuto, i valori dello sport sono importanti per i ragazzi e sono centrali a livello sociale».

Per lei non è la prima volta in Abruzzo.

«Sono particolarmente legato a questa regione che mi ha ospitato tante volte. Ricordo che venivo spesso a trovare il mio grande amico Vincenzo Marinelli, storico dirigente dell’Under 21. E poi ricordo tante partite giocate con la Nazionale giovanile».

Lei spesso viene associato al famoso urlo dopo il gol nella finale dei Mondiali del 1982. Sa che l’altra celebre esultanza nella storia azzurra è quella del pescarese Fabio Grosso dopo l’ultimo rigore contro la Francia nel 2006?

«Certo, spesso riguardo quelle immagini e mi rivedo molto nell’esultanza di Grosso. L’emozione nei suoi occhi è la stessa che c’era nei miei».

Che somiglianze c’erano tra la squadra che vinse nell’82 e quella del 2006?

«A parte l’esultanza di Grosso e la mia (ride ndr)? Credo soprattutto la partenza prima dei Mondiali. Entrambe le squadre erano molto sfavorite. Nel 1982 ricordo che la stampa ci boicottava. Dicevano che non eravamo pronti, che ci avrebbero eliminato subito. La stessa cosa accadde nel 2006, con l’Italia che veniva da Calciopoli. Anche allora c’erano giudizi negativi, ma sia noi sia loro siamo riusciti a fare qualcosa di importante. Significa che i giocatori sentivano quel peso e hanno cercato davvero di onorare la maglia».

Quello che adesso non accade più...

«Nell’ultimo periodo ho letto spesso di come indossare la maglia della Nazionale sia diventato difficile, quasi “pesante”. In realtà non è così e non lo è mai stato. La maglia azzurra è facilissima da indossare, la cosa difficile è meritarsela. E oggi in Italia in pochi la meritano».

Come mai secondo lei?

«Il problema è che ci sono poche scelte, nel senso che i giocatori italiani sono molto pochi e di conseguenza non abbiamo la qualità che avevamo in altri tempi. Mi ricordo che allora c’erano Antonioni, Beccalossi, Totti, Del Piero. C’erano più alternative, mentre in questo momento è difficile trovare grandi campioni».

Come si riparte dopo un momento così negativo?

«Bisognerebbe cambiare tutto e rifondare il sistema. Ma al momento non mi sembra sia questa la strada intrapresa. Vedremo più avanti cosa succederà».

Lei in carriera ha vinto tutto quello che c’era a disposizione. Meglio il Mondiale con la Nazionale o la Champions League con la Juventus?

«La Coppa del Mondo è ineguagliabile. In quel momento rappresenti tutti: interisti, milanisti, juventini, romanisti, laziali, tutti. È qualcosa di inimmaginabile vedere gioire tutte quelle persone insieme sotto un’unica bandiera. I trofei con i club sono bellissimi, ma niente è paragonabile a un Mondiale».

Restando ai trofei con la Juventus, la vittoria più bella?

«Guardi, la Coppa dei Campioni, l’attuale Champions League, è quella più importante e quella che dà più soddisfazione. Ma se devo pensare all’emozione più forte direi la Coppa Uefa».

Quella del 1977?

«Esatto. Fu la prima Coppa Uefa della storia della Juve. Giocammo la finale, che ai tempi era andata e ritorno, contro l’Athletic Bilbao. A Torino vincemmo 1-0 grazie a un mio gol, a Bilbao perdemmo 2-1 ma grazie alla regola delle reti in trasferta alzammo il trofeo al cielo. Quella era una squadra di campioni e per me resta il momento più bello perché ero giovane ed ero arrivato da poco alla Juve. Dopo quella vittoria iniziai davvero a rappresentare lo spirito del vero bianconero, quello che oggi forse manca all’interno dell’ambiente juventino».

Siamo all’ultimo giro di boa del campionato. Pensa che la Juve riuscirà a qualificarsi per la prossima Champions?

«Vorrei poter dire di sì, ma credo proprio di no».

Quali sono le cause secondo lei?

«Guardi, non so quale sia il problema e non posso neanche intromettermi per quello che riguarda la stagione in corso, ma ripeto ciò che ho detto prima: credo manchino identità e senso di appartenenza all’interno della squadra e della società, aspetti che prima erano alla base della juventinità».

E questo come si può risolvere?

«Bisognerebbe scegliere delle persone che, più che far ripartire la Juventus, dovrebbero amare la Juventus. Al momento non ci sono. Io interverrei su questo».

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