scienza e arte

Batteri per salvare i dipinti, invenzione made in Pescara

Giancarlo Ranalli è l’inventore del biorestauro: basato sull’utilizzo di microrganismi “golosi” di colle animali e altre impurità

PESCARA. Ci sono mestieri che manco immaginiamo che esistano e che neanche i diretti interessati mai avrebbero pensato di fare. Esempio: studi per lavorare nelle scienze applicate all'agricoltura e ti ritrovi nel mondo dell'arte, a cercare di salvare capolavori che il tempo sta consumando. E' quanto è successo a Giancarlo Ranalli, un professore 59enne che vive a Pescara, ma è originario di Villa Badessa e ha una cattedra all'università del Molise di Campobasso ed è un'autorità nel cosiddetto biorestauro, ovvero l'arte di istruire i batteri a mettersi all'opera per togliere quelle croste nerastre che si depositano sugli affreschi, in particolare su quelli all'aperto, più esposti all'inquinamento atmosferico.

[[(Video) Ranalli: "Ecco come salvo i dipinti con il biorestauro"]]

La palestra nella quale il professore ha mosso i primi passi non è stato un posto qualunque, ma bensì il Camposanto Monumentale di Pisa, a due passi da Piazza dei Miracoli, con un'imponente superficie pittorica dipinta a fresco a partire dal Trecento da grandi artisti come il pisano Francesco Traini e il mitico Buonamico Buffalmacco, protagonista di tante novelle del Boccaccio.

Gli affreschi erano danneggiati non solo dalle offese del tempo, ma anche dai residui di una serie di restauri che, essendo stati effettuati con la tecnica dello strappo, avevano lasciato residui di colla sui colori. Fu Gianni Caponi, del Laboratorio di Conservazione e Restauro di Pisa, a contattare il nostro e a sfidarlo con un'espressione tutta toscana: «Ma tu, con i tuoi bagherozzi, non puoi fare nulla per i nostri affreschi?». Ranalli accettò alla sfida e si mise all'opera, concentrandosi soprattutto sulla “Conversione di S.Efisio e battaglia”, un grande dipinto (3 metri e mezzo per 7,8) realizzato da Spinello Aretino e Andrea Bonaiuti.

L'obiettivo era chiaro: perfezionare una serie di reazioni biologiche che, grazie all'utilizzo di cellule intere e vive di microorganismi, si “mangiassero” lo strato di sostanza organica depositato sull'affresco, tra cui un residuo di colla animale utilizzata nel 1948 per un restauro poco riuscito.

In pratica si è trattato di selezionare una serie di batteri che, opportunamente adattati, sviluppassero una certa fame delle sostanze indesiderate presenti sui dipinti, per poi passare all'azione: un cotone idrofilo (o una garza) imbevuto dei microorganismi che, strofinato sulla superficie deteriorata, la riportava all'onor del mondo. Era nato il biorestauro, o biopulitura, una tecnica non così diversa da quanto si fa in agricoltura per proteggere le piante dalle aggressioni indesiderate senza usare sostanze chimiche che potrebbero rivelarsi tossiche.

In pratica, un approccio meno invasivo e meno costoso delle procedure tradizionali, subito sposata dalla Regione Toscana e dalle varie autorità che soprintendono ai beni artistici della provincia di Pisa. Approccio che poi è stato adottato anche in altri siti, come l'area più interna del duomo di Matera e la chiesa dei Santos Juanes a Valencia, su affreschi del XVII secolo, qui con una tecnica affinata da una biologa spagnola, Pilar Bosch.

Quel che è interessante è che ogni dipinto ha una sua specifica, esattamente come la medicina tende a cucire la cura addosso ad ogni paziente: «Biopulire richiede tempi brevi, da un minimo di 3 a un massimo di due ore», sorride Ranalli, «non si tratta solo di una nuova frontiera, ma anche della conferma che questi microrganismi ritenuti barbari possono diventare utilissimi».

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