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11 settembre

Oggi, ma nel 1599, a Roma, nella piazza di Castel Sant'Angelo, brulicante di curiosi, veniva decapitata con la spada, come da privilegio nobiliare, dal primo boia dello Stato vaticano chiamato Alessandro, Beatrice Cenci. Quest'ultima, romana di 22 anni, era stata condannata alla pena capitale dal tribunale ecclesiastico, per volere diretto del pontefice Clemente VIII, che puntava ad una esecuzione esemplare che fungesse da monito, per il parricidio del conte Francesco Cenci. La vittima, romana, classe 1549, presumibilmente era stata uccisa, a martellate, il 9 settembre 1598, a Petrella Salto, in provincia di Rieti, nel castello chiamato La rocca, di proprietà di Marzio Colonna, feudatario della antica casata patrizia. Il possedimento nel Cicolano dove Beatrice era stata segregata proprio dal genitore che, ripetutamente, abusava sessualmente di lei.

La nobildonna Beatrice Cenci, costretta con la tortura della corda a confessare il suo crimine e ad ammettere la responsabilità dei suoi complici, veniva giustiziata (nella foto, particolare del momento dell’esecuzione in una incisione senza data di autore sconosciuto) insieme alla matrigna Lucrezia Petroni, anche lei sottoposta al taglio della testa, e al fratello maggiore Giacomo, nato nel 1568, squartato, come spettava ai detenuti del rango sociale più infimo ai quali fosse stata comminata la massima pena. Al fratello minore Bernardo, di 17 anni, invece, veniva risparmiata la vita, ma veniva sottoposto alla pena della castrazione e costretto ad assistere all’esecuzione dei familiari. Beatrice Cenci, la sua triste sorte e il suo supplizio diverranno icone della tradizione popolare dell’Urbe.

Alla vicenda di Beatrice Cenci si ispireranno autori di fama della letteratura e del cinema. Nel primo caso diverranno celebri i lavori del poeta britannico Percy Bysshe Shelley, nella tragedia “I Cenci”, del maggio 1819, dello scrittore francese Marie-Henri Beyle, noto come Stendhal, nel suo “Cronache italiane”, del 1829, del drammaturgo transalpino Alexandre Dumas, detto Dumas padre, nel suo “Les crimes celebres: Les Borgia; La marquise de Ganges; Les Cenci”, del 1856, dell’italiano Alberto Moravia, nella tragedia “I Cenci”, che verrà pubblicata sul semestrale Botteghe Oscure nel primo numero del 1955.

Tra i tentativi di giustificare il proprio gesto omicida Beatrice Cenci aveva raccontato ai giudici della Chiesa dei molteplici casi di incesto patiti negli anni con queste parole: «Quando io mi rifiutavo, lui mi riempiva di colpi. Mi diceva che quando un padre conosce… carnalmente la propria figlia, i bambini che nascono sono dei santi, e che tutti i santi più grandi sono nati in questo modo, cioè che il loro nonno è stato loro padre. […] A volte mi conduceva nel letto di mia madre, perché lei vedesse alla luce della lampada quello che mi faceva». Frasi che verranno tramandate, nel passo riguardante proprio Beatrice Cenci, nel volume della “Romana storia del secolo XVI”, di Agostino Demollo, che verrà pubblicato, nel 1849, dalla Tipografia Rocchetti della Città eterna, e che consentiranno la riabilitazione della giovane assassina che diverrà una sorta di eroina popolare per aver pagato con la vita la ribellione ai soprusi.