La Asl sostituisce la Borgia dopo 7 mesi di direzione

Sotto la sua gestione le polemiche sulla riorganizzazione Adi e la riabilitazione Da Chieti arriva Mastrovecchio, già in servizio dalla prossima settimana

LANCIANO. Cambio al vertice del distretto sanitario di Lanciano. Dopo appena sette mesi dal suo arrivo, Rosa Borgia lascia è stata sostituita da Emidio Mastrovecchio, direttore del distretto sanitario di Chieti. Mastrovecchio, che reggerà ad interim il la struttura di Lanciano, prenderà servizio lunedì. Troverà due problemi importanti da risolvere, scoppiati proprio con l’arrivo della Borgia a febbraio: il caso della riorganizzazione dell’assistenza domiciliare integrata, sospesa a centinaia di pazienti, e la riabilitazione negata nei centri accreditati Asl per mancanza di fondi.

L’assistenza domiciliare. Lo scorso febbraio, a pochi giorni dall’insediamento, la Borgia, tornata al distretto di Francavilla, sospese a centinaia di pazienti l’assistenza domiciliare integrata, l’assistenza infermieristica ad essa collegata e il servizio di riabilitazione. All’improvviso persone colpite dalla sclerosi, paralizzate, con l’artrite reumatoide deformante, si ritrovarono senza fisioterapisti e senza cure. Iniziarono giorni di protesta e una battaglia che non si è ancora chiusa per riavere i servizi e finita in tribunale tra esposti e denunce. Da un lato la Borgia e la Asl difendevano l’azione di riordino, dall’altro gli utenti, il Comune, l’associazione Cittadinanzattiva chiedevano il ripristino dell’Adi. «Stiamo riportando nell’appropriatezza i servizi dell’assistenza territoriale», disse il dirigente quando ricevette il 7 marzo alcuni utenti nel suo ufficio «perché troppi casi sono inappropriati. Una situazione disastrosa: alcuni utenti sono in Adi solo per avere farmaci. Non stiamo effettuando tagli lineari ma focalizzando le risorse sui più deboli». E i dati che sciorinò anche al sindaco Mario Pupillo sembravano eloquenti: su 1.115 pazienti in Adi ben 785 erano definiti impropri. In pratica due pazienti su tre erano considerati fuorilegge. Dati che non convinsero il Comune che chiese verifiche. «Va bene la riorganizzazione», dicevano gli utenti, «ma le verifiche vanno fatte senza sospendere a tutti il servizio». Ciò non avvenne: il caso finì in tribunale.

Esposti e denunce. Il primo esposto è del 14 marzo di Sel (Sinistra, ecologia e libertà). Si chiedeva alla magistratura di far luce sulle eventuali responsabilità in riferimento all’interruzione di pubblico servizio a circa 600 pazienti che da febbraio si erano visti sospendere improvvisamente l’assistenza. All’esposto si aggiunsero due settimane dopo le 16 denunce raccolte da Cittadinanzattiva che oltre alla Procura le presentò anche ai Nas di Pescara. Ma la situazione non cambiò per mesi. La Asl in difesa della responsabile del distretto, il Comune contro l’azienda sanitaria chiedendo il ripristino immediato del servizio interrotto. In mezzo gli utenti senza cure. Molti finirono in ospedale; tre persone, nell’attesa di riavere il servizio, morirono per l’aggravarsi delle condizioni di salute. Cittadinanzattiva scoprì anche un nuovo problema: la riabilitazione negata.

La riabilitazione. «Il riordino ha portato a circa 200 Adi e ben 700 persone in cure prestazionali», disse ad agosto Aldo Cerulli, di Cittadinanzattiva, «le prestazionali triplicano alla Asl i costi per le cure e congestionano i centri accreditati come San Stefar che non possono fare le terapie ai malati. Ci sono tantissime persone in attesa». Il numero fu portato alla luce da Luigina Scappini. La donna andata al San Stefar perché la nipotina di 6 mesi doveva fare una serie di terapie, si è trovata di fronte un muro: non ci sono posti. In lista 300 persone, 100 sono bambini. Un caso che scosse l’Italia intera visto che approdò sul Tg1 delle 20, dopo essere finito, neanche a dirlo, in Procura.

Teresa Di Rocco

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