Marcello Varrenti, morto dopo la caduta dalla moto

Santa Maria Imbaro, morì in moto a 18 anni: processo da rifare 

La Cassazione annulla la sentenza di assoluzione per la conducente dell’auto e rinvia alla Corte di Perugia per un nuovo esame

SANTA MARIA IMBARO. La Cassazione ha annullato la sentenza di assoluzione della Corte d’appello dell’Aquila per la morte del diciottenne Marcello Varrenti. Nuovo colpo di scena nella vicenda giudiziaria che, da otto anni, cerca di fare luce sul decesso del giovane di Santa Maria Imbaro, morto in ospedale tre giorni dopo un incidente con il motorino. La IV sezione penale della Cassazione, accogliendo le richieste dei familiari del giovane Varrenti che tramite il loro legale, l’avvocato Alessandro Palucci, avevano fatto istanza motivata al procuratore generale della Corte d’appello dell’Aquila di proporre ricorso per Cassazione, ha annullato la sentenza di assoluzione emessa, in appello, nei confronti dell’imputata Valentina Tatasciore e ha rinviato gli atti, per un nuovo esame, alla Corte d’appello di Perugia. Data dell’udienza e motivazioni della decisione degli ermellini saranno rese note solo nei prossimi mesi. Certo è che la vicenda non è ancora conclusa.
Marcello Varrenti rimase gravemente ferito nell’incidente avvenuto la sera del 21 agosto 2009 lungo la provinciale Fattore, a poche centinaia di metri da casa. Il giovane stava andando a trovare la fidanzata in sella al suo ciclomotore quando, all’altezza dell’incrocio con via Sangro, fu costretto a una brusca frenata che gli fece perdere il controllo del mezzo. Cadendo battè la testa, malgrado il casco. Morì il 24 agosto all’ospedale di Pescara. I genitori autorizzarono la donazione degli organi. Inizialmente l’incidente fu archiviato come caduta accidentale. Fu la querela di papà Pietro a rimettere in moto le indagini che accertarono che fu un’auto, svoltando a sinistra, a tagliare la strada al giovane costringendolo a una frenata di nove metri. Nel 2014 la Tatasciore, che ha sempre negato ogni responsabilità, fu condannata in primo grado, dal tribunale di Lanciano, a sedici mesi di reclusione, pena sospesa. Due anni dopo, in appello, fu assolta dall’accusa di omicidio colposo. Ma nelle motivazioni la stessa Corte d’appello dell’Aquila chiarì che fu senza dubbio l’auto a causare la morte del giovane, pur rimanendo, precisarono i giudici, «dubbi insormontabili sull’individuazione del guidatore (l’imputata era in auto con il marito, ndr)». E queste motivazioni sono state il punto di partenza del ricorso in Cassazione, voluto dai familiari del giovane, che sono parti civili nel processo. Papà Pietro, che dalla scorsa estate non c’è più, e mamma Maria Joana hanno sempre chiesto «verità e giustizia per Marcello». E ora manca un ultimo tassello.
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