Sevel, ai sindacati non piace l’offerta dei cinesi

Rappresentanti dei lavoratori contrari a un’ipotesi di acquisizione: «Urgente un tavolo a tre con azienda e istituzioni per fare chiarezza»

ATESSA. Avrà gli occhi a mandorla la Sevel? Le indiscrezioni su una possibile alleanza orientale arrivano a squassare il silenzio agostano di una delle più prolifiche fabbriche automotive d’Abruzzo. Dove già da mesi non si respira aria tranquilla. Invece che cullarsi sugli allori di una medaglia d’argento vinta sull’efficienza di stabilimento e su svariati record produttivi, la Sevel vive un momento storico di grande incertezza. Dietro l’angolo c’è il 2018 e l’addio, ormai ufficiale, di Sergio Marchionne alla guida del gruppo italo-americano. E per il biennio 2019-2020 è stata programmata la realizzazione del nuovo modello di Ducato. Ancora, dal punto di vista produttivo lo stabilimento di contrada Saletti è ai massimi storici sotto il profilo della saturazione. Il record di 290.009 furgoni del 2016 sta sfiorando pericolosamente la capacità massima produttiva della fabbrica che è di 300mila veicoli. Anche i ritmi di lavoro sono incessanti, con ricorsi sistematici a giornate di straordinario e un sistema di metrica del lavoro e di riduzione dei tempi “morti” sulle linee, l’Ergo Uas, che non ha mai davvero ingranato. Dal punto di vista strutturale e infrastrutturale poi, la Sevel scricchiola. Pioggia, vento, caldo, maltempo, rifornimento idrico, elettricità, viabilità, percorribilità e velocità dei collegamenti, ferrovia e porto troppo lontani o troppo poco accessibili, sono tutte questioni che pesano sullo stabilimento che ha ridato vita alla “valle della morte”. Finora non sono mai state risolte da ogni latitudine politica dei governi regionali. Come se non bastasse a settembre, come annunciato Marchionne al Salone di Ginevra, il gruppo Fca avrebbe lanciato un recall allo storico partenariato francese (Peugeot e Citroen) per “riprendersi tutto”, ovvero l’intera fabbrica dei Ducato made in Val di Sangro. E ora l’ipotesi cinese rilanciata da Automotive News, testata solitamente molto ben informata sul mondo Fca, aggiunge dubbi. «Le indiscrezioni dicono che Fca abbia rifiutato la proposta di acquisto cinese», dice Nicola Manzi (Uilm-Uil), «mentre la Cina continua la sua politica di acquisizione dei marchi nel mondo dell’auto. In Europa controlla già la Volvo e costruttori cinesi sono già partner di Psa, Renault, Toyota, Honda e anche di Fiat per la sola produzione di auto in Cina. Sulla Sevel di Atessa abbiamo una certezza: il Ducato ha la leadership nel mercato europeo, un patrimonio difficilmente trasferibile». «Sarebbe da capire cosa c’è di vero in questo interesse della Cina», dichiara Davide Labbrozzi (Fiom-Cgil), «visto che variazioni di questo genere determinano conseguenze importanti sul destino di migliaia di lavoratori e sulle oscillazioni di mercato. È urgente un tavolo a tre tra azienda, istituzioni e sindacati». «Si tratta di indiscrezioni che si spera restino tali», interviene Domenico Bologna (Fim-Cisl), «ma che di certo non fanno bene agli stabilimenti italiani. Siamo contrari a un’operazione del genere, sarebbe un impoverimento per il nostro paese. Ma cosa dicono la politica e la politica industriale italiane? Questo genere di operazioni non deve passare nell’indifferenza generale. Per Sevel credo, però, che si possa stare al riparo da un’acquisizione cinese dal momento che il recall con Psa non è stato fatto e che a questo punto si dovrebbe coinvolgere anche i francesi. Ma queste decisioni ormai viaggiano molto velocemente. Restiamo con gli occhi aperti per vedere cosa succede».
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