CHIETI

Al Bano: che bello l’Abruzzo! 

Intervista al cantante che si racconta prima del concerto con Romina in programma alla Civitella di Chieti il 29 luglio

Al Bano e Romina Power sono cantanti ma anche un pezzo dell’immaginario italiani. E’ anche per questo che, da quando si sono rimessi a cantare insieme, quattro anni fa, riempiono stadi e arene come quando erano una coppia anche nella vita. Il 29 luglio si esibiranno alla Civitella di Chieti in uno dei soli quattro concerti che terranno in Italia quest’estate. Al Bano, 74 anni, pugliese di Cellino San Marco, è felice di questo ritorno e ne parla in questa intervista al Centro.
Che cosa rappresenta l’Abruzzo per lei?
E’ una terra interessantissima con mare, monti , colline e vini ottimi.
Perché ha deciso di tornare a cantare insieme a Romina Power?
L’idea è stata di un magnate russo nostro fan. Se si hanno figli insieme e tante altre cose meravigliose, non c’era motivo di continuare con le incomprensioni. Dopo la notte arriva sempre il giorno. E, come diceva Eduardo De Filippo, è passata a nuttata.
Sul palco è tutto come prima?
Sì. La sintonia è perfetta.
Qual è la canzone più cara al vostro pubblico?
Ce ne sono tante.
Ma ce n’è una che i vostri fan amano in modo particolare?
Sì: Felicità. Ogni volta che attacchiamo quella canzone succede qualcosa di particolare, una felicità totale.
E’ così dappertutto?
E’ uguale in ogni parte del mondo. E’ una canzone-miracolo che stupisce anche me. E’ semplicemente incredibile la reazione del pubblico.
Qual è la platea più grande davanti alla quale si è esibito?
Le 90mila persone del 6 luglio 1970 nell’anfiteatro ai piedi del Partenone ad Atene.
Lei era giovanissimo: come affrontò quel pubblico?
Venivo dal successo del brano che aveva scritto per me Mikis Theodorakis, “Il ragazzo che sorride”. In Grecia c’era la dittaura dei Colonnelli e quel disco era venduto di contrabbando con un titolo che era la traduzione in greco di “’O sole mio”. Fu un momento indimenticabile. Cantavo ma non sentivo la mia voce. Il pubblico cantava, urlava slogan contro la dittatura, c’erano fuochi d’artificio.
Che cosa c’è di tipicamente pugliese nel suo modo di cantare?
La grinta, la solarità, l’estro. E c’è anche la lirica di un leccese come Tito Schipa.
Le piace l’Italia di oggi?
No, perché c’è un grande caos, siamo una nazione in ginocchio, e la responsabilità è dei politici. Siamo il Paese più bello del mondo ma siamo amministrati come un Paese del Terzo mondo.
Se dovesse salvare due cose della sua carriera quali sarebbero?
Perché solo due (ride ndr)? Direi la determinazione e la passione per il mondo della musica. Ma ce ne sono molte altre. L’incontro con Montserrat Caballé, quello con Paco De Lucia, che doveva suonare solo su un brano del mio disco e volle accompagnarmi in tre canzoni; ogni volta che le riascolto mi vengono i brividi. E ancora: quando ho cantato con Placido Domingo e José Carreras in Austria; poi quando Kofi Annan mi ha conferito il titolo di ambasciatore mondiale contro la droga. E, sì, l’incontro con Theodorakis in Grecia sfidando l’ira dei Colonnelli.
Qual è la canzone italiana più bella di sempre?
C’è l’imbarazzo della scelta. Ma io dico “Volare”. E’ la nuova “O sole mio”: prenderà il suo posto.
Che cosa vede nel suo futuro?
Tanta voglia di cantare e di scrivere. Ma non mi dispiacerebbe un ritorno al cinema come attore in una commedia di Checco Zalone o in un film serio come “La mani sulla città” di Francesco Rosi.
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