Enrico Brignano: «In scena prendo in giro i nostri vizi» 

L’attore al Massimo di Pescara fino a domani con uno spettacolo comico. «Porto sempre con me l'Abruzzo delle estati passate al paese di mamma»  

«Appleche e fa sapene». La sua filosofia di vita Enrico Brignano la riassume così, con un proverbio abruzzese, la lingua di sua madre, di Palombaro, che vuol dire: mettiti all’opera e otterrai il risultato. Ed è un po’ anche la lezione di vita che viene fuori dallo spettacolo (organizzato da Alhena Entertainment), che, da ieri sera e fino a domani, il comico romano porta in scena al Massimo di Pescara.
Il recital, tutto esaurito, si intitola Enricomincio da me Unplugged ed è una sorta di riassunto della sua vita e della sua carriera che compie 30 anni, come spiega in questa intervista al Centro.
Che spettacolo è Enricomincio da me Unplugged?
«Uno spettacolo intimo, molto sincero, in cui mi rivelo e racconto i miei 30 anni di carriera, dalle difficoltà degli inizi alla scuola di Proietti, alle prime esperienze sul palcoscenico alle crisi, i ripensamenti, e poi la certezza della decisione: sarò attore. Con conseguente disperazione dei miei, che speravano nella sicurezza di un bel posto fisso».
Cosa significa oggi in Italia fare il comico?
«Credo che in Italia sia complesso come nel resto del mondo, non ne farei una distinzione geografica... i tempi sono difficili, il che comporta che sicuramente la gente ha più voglia di ridere e di svagarsi, ma anche che la risata si è fatta più esigente. Se non sei spensierato, è più difficile farti distrarre».
Teatro, cinema e televisione: che cosa le piace di più fare e perché?
«Il cinema mi diverte e mi affascina: si diventa qualcun altro, si raccontano storie, insomma lo vivo ancora come una magia; con la tv il rapporto è più complesso, è un meccanismo che ancora non ho ben compreso, un rapporto semi-diretto col pubblico e mi appaga a metà, anche se trovando una formula giusta sarei ben contento di vivere un'esperienza televisiva appagante; il teatro resta casa mia, la forma di spettacolo più congeniale per me, in cui mi sento me stesso, in cui mi esprimo al massimo e che mi permette di percepire tutta l'energia degli spettatori».
Che rapporto intrattiene con il suo pubblico? Nel dopo spettacolo parla con gli spettatori?
«Io gioco molto con il mio pubblico. Redarguisco bonariamente i ritardatari a nome di tutti gli altri che, in orario, sono al proprio posto dall'inizio dello spettacolo; alla fine dello show, mi prendo sempre un momento per ringraziare tutti della loro presenza, di avermi scelto ancora una volta e di farlo da ormai 30 anni... e, a meno che non debba fuggire in qualche altra città alla fine dello spettacolo, saluto e faccio foto con quanti vengono a salutarmi in camerino. Questo succede soprattutto a Roma, quando sono in tournée purtroppo c'è sempre qualche auto che mi attende per portarmi a 100-200 chilometri di distanza...
Che ruolo gioca la satira politica nel suo spettacolo e nel suo modo di essere un comico?
«Non sono un comico che fa satira politica. La mia è satira di costume. Io mi prendo gioco dei vizi di tutti noi, osservo ciò che mi circonda e lo racconto, lo esaspero, lo ridicolizzo. A volte, ciò che mi circonda si trova in certe condizioni a causa di una cattiva gestione da parte dello Stato e, in quel caso, ne parlo e denuncio anche quel malcostume, non mi tiro indietro. Ma non è la mia cifra stilistica, quella caratterizza altri comici, e ci sono alcuni che la fanno molto bene, per altro».
Figlio di madre abruzzese di Palombaro: cosa sente di avere di abruzzese?
«Beh, l'Abruzzo ce l'ho dentro, come le estati passate al paese di mamma insieme ai cugini, finalmente libero dalle costrizioni della città; l'Abruzzo è nel cibo... sarà per colpa di mia madre che ricerco sempre un certo tipo di pasta e che sono particolarmente ghiotto di arrosticini? chissà... L'Abruzzo è quel dolore al cuore quando vedo le città distrutte dal terremoto, quando leggo dei brogli per intascare denaro facendosi scudo delle tragedie di quella gente. L'Abruzzo è in quel proverbio che racchiude lo spirito di un popolo e che ho fatto anche mio: "Appleche e fa sapene"».
©RIPRODUZIONE RISERVATA