Giovanni D'Alessandro, scrittore sulmonese, pescarese di adozione

L'INTERVISTA / GIOVANNI D'ALESSANDRO

«Soffro la folla più della solitudine ma ora è dura» 

L’autore «recluso» a Pescara da prima dei decreti: «Voglio leggere di gioia, di allegria, di leggerezza» 

PESCARA. Nella solitudine imposta dalle regole dell’emergenza sanitaria Giovanni D’Alessandro sembra vivere in ritrovata armonia con se stesso.
Se non fosse per l’ombra nera dei troppi lutti nel mondo che la pandemia spande, e che «intristisce profondamente il mio animo», lo scrittore – sulmonese nelle radici e pescarese per scelta – di “Se un Dio pietoso”, solo per citare uno dei titoli dall’eco così attuale della sua ampia blibliografia,  questo di quarantena potrebbe essere definito un periodo «buono e fruttuoso» per lui, agognato in altri tempi frenetici e affollati di impegni lontani dallo studio e la scrittura che sono il mondo di questo autore raffinato e colto.
Come ha percepito all’inizio e poi fino ad oggi quello che sta accadendo, cosa le ha portato alla mente?
Ho guardato subito con preoccupazione alla pandemia e mi sono irritato con chi la sottovalutava sui media. Ho cominciato ad adottare di mia iniziativa, prima dei Dpcm, varie prudenze poi da essi previste. Ho evitato luoghi affollati (chi mi c’invitava, non sempre capiva il “no grazie”); per il resto, rispettando tutte le precauzioni, un po’ di coraggio e di scaramanzia devono sempre accompagnare… le dita incrociate, nella speranza di non contagiarsi.
Quali ricordi, letterari e personali, le porta alla mente questo momento storico?
Personali, nessuno – come credo un po’ tutti. Echi letterari? Li avverto lontani, ma tutti abbiamo in mente le pagine, se le abbiamo lette, sulla peste dei Promessi Sposi di Manzoni, de La peste di Camus e di Cecità di Saramago.
La reazione dell’Italia come le è sembrata a livello sociale, politico e umano?
La reazione è stata lodevolmente preoccupata nell’intuire, quasi dall’inizio, che la curva sarebbe stata una delle più preoccupanti al mondo qui in Italia. Questo l’ha resa antesignana nell’adozione di misure non sempre adeguate ma presto messe in campo, rispetto ad altri Paesi che hanno solo potuto seguirci. Ho anche visto con il consueto fastidio la strumentalizzazione della vicenda che da opposte angolazioni è avvenuta e non cessa di avvenire.
Il Corona sta cancellando di colpo una generazione, quella che era giovane e vigorosa negli anni della ricostruzione, del boom economico, dei colorati e rivoluzionari anni Sessanta. Cosa pensa e prova di fronte a questo scenario?
Provo commozione. Ho sempre amato gli anziani, considerandoli degli eroi, non censiti, di tempi inimmaginabilmente più duri, precari e tragici dei nostri. Gli occhi con cui li hanno attraversati non meritavano di chiudersi per sempre sullo scenario, e a causa, di una pandemia.
Come trascorre il suo tempo in casa?
Leggo, guardo la tv, dormo, pasticcio in cucina, ne approfitto per mettere a posto cose che da anni stavano aspettando una risistemazione.
Tiene molto i contatti, virtuali e telefonici o con mail, con amici parenti?
Ho molti contatti virtuali e ho intensificato la frequentazione dei social, che però mi stufano subito. Non so da che parte girarmi e mi chiedo come facevo prima, quando dovevo anche uscire.
Soffre un po’ la solitudine?
“Soffrire” la solitudine? Io soffro il contrario: l’affollamento. Un po’ di solitudine l’andavo cercando anche prima, con scarso successo.
Che libri o autori suggeriresti di leggere di questi tempi, che diano sollievo, facciano riflettere, conoscere, sorridere, fantasticare?
Letteratura leggera che faccia ridere. Suggerisco di evitare gran parte della narrativa italiana degli ultimi venti anni, la quale, per affacciarsi al mondo dell’editoria nazionale deve celebrare o il disadattamento sociale o il disagio psichico, specie in ambito familiare. Attenzione: sono libri contagiosi, oltre che tetri, e non possiamo permetterci il rischio di un doppio contagio. Voglio leggere di gioia, di allegria, di leggerezza.
Sta scrivendo?
Ho scritto alcune prefazioni per libri di autori debuttanti. Vanno incoraggiati: da un giovane che scrive, difficilmente verrà qualcosa di male, almeno di regola. Ho anche scritto su richiesta della rivista Le voci di dentro di Francesco Lo Piccolo due lettere ai detenuti. Mi tocca la loro angosciante situazione, che ha trovato ospitalità nelle parole del Papa.
E come narratore?
Sto lavorando alla rilettura di un romanzo che avevo finito, ma per quanto detto sopra forse lo terrò fermo e pubblicherò, prima, o una bella storia d’amore o un grottesco. È difficile, ma vorrei provare a fare o innamorare o ridere chi sta gestendo come può questo periodo. Vorrei premiare i lettori. Se lo meritano.
Come pensa che ne usciremo? Come sarà questa Italia, questo mondo?
Ne usciremo in tempi lunghi, almeno per quanto attiene a una ripresa della vita che sia quasi paragonabile a prima. E ci vorranno tempi ancora più lunghi per venir a capo di un prezzo altissimo dal punto di vista economico. La fragilità ha sgambettato tutti, sapienti e cinici compresi. Ma non penso che ne verrà fuori un’Italia migliore, ciò che la “impestava” è solo al guinzaglio e in attesa di ripartire. Chiedo scusa per quest’analisi. Io amo il mio Paese, ma non m’illudo su ciò che lo affligge, da prima e da sempre. E contro cui dovremo, semmai, dopo il Corona “ripartire riarmati”.
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