La foresta di faggi

L'ITINERARIO

Sulle orme degli orsi del Monte Marcolano 

Il sentiero nella foresta di faggi patrimonio dell’Unesco

Oggi vi racconto la favola del Monte Marcolano del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise.
C’era una volta e c’è ancora un monte che si chiama Marcolano, rotondeggiante e in posizione privilegiata tra il Passo del Diavolo a Est e i Prati d’Angri a Ovest. Ci conduce in vetta il sentiero R4 che si inforca dal Rifugio del Diavolo, sulla SS 83 Marsicana (pochi chilometri dal valico di Gioia Vecchio in direzione Pescasseroli), dopo aver camminato per circa due chilometri sulla carrareccia T1, ai piedi del Monte Turchio. In questa favola parleremo dei grandissimi prati che appaiono all’improvviso o, se volete, dell’alisso giallo, o dei faggi frondosi, ma forse preferite che vi parli di questo luogo come “casa degli orsi”: essi si aggirano nella bella stagione in mezzo al verde, ai fiori, ai vecchi faggi, con il loro incedere calmo e silenzioso. Sul sentiero R4, molto ben segnalato, dopo aver attraversato la prima faggeta e il primo splendido pianoro (3km dalla partenza), il cammino si fa un po’ più umido e ombreggiato.

Il panorama verso la Piana del Fucino

E su quella terra morbida e bagnata ho visto le orme del simbolo del Parco, dell’Orso Marsicano, impronte inconfondibili. E le ho seguite. Mi hanno portato ad attraversare lungamente, circa 7 km, i boschi più belli con esemplari di faggio assai antichi: si è molto vicini sia alla Val Cervara che al Campo Moricento, i luoghi delle faggete vetuste patrimonio dell’Unesco.
In questa bella foresta delle fiabe si potranno udire i passi dei cervi, le corse dei caprioli e arrivati alla seconda radura (1,30 ore dalla partenza, 4 km circa), con un po’ di fortuna, avvisterete l’aquila reale. La fiaba che sto raccontando ha bisogno anche di un binocolo, perché potreste vedere il bellissimo picchio dorso bianco che staziona su qualche tronco. Per tutto il cammino vigilerà dall’alto la vetta di Rocca Genovese, dirimpettaia del Monte Marcolano che, invece, vedremo solo alla fine.
Dopo una salita più decisa, profumata di muschio fresco, si arriva ad un pianoro adibito a pascolo, molto grande, quasi una conca tra le propaggini dei monti più alti. Siamo a circa 1.800m e percorriamo l’ultimo dislivello per arrivare su una stupenda sella, una culla dondolante sui sottostanti enormi Prati D’Angro, gli alberi fitti a perdita d’occhio e infine sulla vetta (1940 m, 8 km, 2.30 ore): il sentiero ufficiale del Parco non arriva fino in cima perché continua sul crinale per scendere poi su Villavallelonga.
Soffermiamoci a guardare verso sud il Fucino e i paesi: senza foschia l’affaccio sulla catena del Velino Sirente è strabiliante. E poi i dolci declivi del parco laziale, i rifugi e lontane le Mainarde. Fermiamoci per il panino ad aspettare la fine della fiaba. Vissero tutti felici e contenti: la flora, la fauna e noi, lassù in mezzo all’infinità degli odori puliti. Voltatevi. Laggiù l’orso che avete seguito vi guarda e vi saluta. La favola non finisce mai.
Il Parco delle tre regioni è ogni volta un racconto di immagini, sensazioni e pensieri belli. Scendendo, arrivati di nuovo all’incrocio con il sentiero T1 si può risalire per un po’ e arrivare sui prati della Cicerana, dove siamo già stati nello splendido rifugio.
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