Colapietra: aquilani chiusi, invidiosi, classisti e ipocriti

Il professore: una volta c’erano le lettere anonime oggi il pettegolezzo viaggia sui social e sui telefonini
L’AQUILA. “L’invidia è disinteressata”. Il motto del poeta Giacomo Leopardi, rivisitato e attualizzato, ben tratteggia la società aquilana. E se a dirlo è uno degli storici che conoscono a menadito le alterne vicende della città, il professor Raffaele Colapietra, c’è da crederci. Quasi fosse un istinto primordiale, un gene insito nel Dna dell’urbe dalle 99 chiese e dalle 99 piazze, il pettegolezzo da sempre è parte integrante della cultura locale. Strumento atto a colpire, spesso con vigliacca mano, gli ignari destinatari del pensiero comune.
Professor Colapietra, il Pianeta maldicenza ha rivisitato, in chiave propositiva, la festa di Sant’Agnese legandola al concetto di “dire male del male”. Condivide questa interpretazione?
«È una costruzione artificiosa ed errata di una condizione sociale storica della nostra città: il piccolo sfogo delle servette, riunite nel convento di Sant’Agnese, le cosiddette malmaritate, che nulla ha a che fare con la libera interpretazione della festa delle malelingue. La dimensione costruttiva e intelligente che, a torto, si vuol attribuire alla ricorrenza, in realtà non c’è mai stata. Quella era una dimensione malinconica, specchio della condizione che viveva la donna».
Eppure L’Aquila porta il vessillo di città della maldicenza. Lei lo interpreta più come un marchio negativo?
«Pensiamo al Novecento, quando l’istituzione per eccellenza della società aquilana era la lettera anonima. Ne arrivavano a centinaia: era la quintessenza della cultura e della società del tempo. Ovviamente, sotto i riflettori finivano sempre personaggi illustri, esponenti della politica, chi rivestiva un ruolo pubblico o deteneva il potere. Il tutto avveniva per il gusto di fare del male gratuitamente, di colpire. Questo perché l’aquilano è fondamentalmente ipocrita, classista, chiuso e invidioso. Siamo una città fondata sul gesuitismo, vicinissima a Roma, che potrebbe dialogare in una lingua cosmopolita. Invece, ci si diletta a infangare il nome altrui e a godere nel farlo, colpendo la sfera privata, sentimentale o politica».
Su quali canali viaggia oggi la maldicenza?
«I tempi sono cambiati e le lettere anonime vengono sostituite da attacchi verbali, discorsi sottobanco, critiche aspre e ingiustificate. Sempre lanciando il sasso e nascondendo la mano. Non uscendo mai allo scoperto, in modo subdolo e pericoloso. Gli strumenti a disposizione sono ben diversi rispetto al passato: messaggi, internet, telefonate anonime. Tutto ciò che può mettere alla berlina in pubblico o insinuare il dubbio e il sospetto, con il solo scopo di colpire e fare del male, anche senza ottenere alcun vantaggio personale. Questo è il paradosso. L’autore della diffamazione non punta necessariamente a ottenere un risultato positivo per la propria persona, ma a demolire la figura altrui. Tanto basta a creare una vana e assurda soddisfazione».
Quali sono i bersagli preferiti della pubblica piazza dedita al vilipendio?
«Politici, uomini di affari, chi detiene il potere, donne di successo. Quanti sono esposti alla notorietà, che in una città di provincia come L’Aquila fa la differenza. Non dimentichiamo che attraverso la politica si fanno i soldi e il successo aiuta la scalata sociale, la conquista di un gradino in più verso la vetta».
Quanto una catastrofe come il sisma del 2009 ha modificato questa vocazione al pettegolezzo?
«Il terremoto non ha aiutato, semmai ha contribuito a incattivire la popolazione. L’Aquila è stata invasa da un mondo a cui non era abituata, si sono aperte nuove opportunità e nella competizione per assicurarsi gli appalti, della calunnia si è fatto larghissimo uso. Parlare male degli altri per oscurarne l’immagine e minarne la stabilità professionale e personale».
Pettegolezzo come vezzo o abile virtù oratoria?
«La maldicenza non può in alcun modo essere interpretata con un’accezione positiva. Parlare di critica costruttiva è una forzatura inesistente. Non vi è nulla di costruttivo o di benevolo nell’ingiuriare qualcuno. Ancor più vile è farlo nell’ombra, per il semplice gusto di annientare, colpire, oscurare. Occorre, poi, sfatare un altro mito: quello della malelingua come peculiarità femminile. Tutt’altro. È un’arma utilizzata più dagli uomini, che viene tenuta abilmente da parte e sfoderata al momento giusto».
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