neonato abbandonato

D’Alò: le istituzioni aiutino le famiglie in difficoltà

AVEZZANO. «Che l’appello del primario Giuseppe Ruggeri non rimanga inascoltato. Le istituzioni e le associazioni intervengano subito per aiutare la madre che è stata costretta a lasciare suo figlio...

AVEZZANO. «Che l’appello del primario Giuseppe Ruggeri non rimanga inascoltato. Le istituzioni e le associazioni intervengano subito per aiutare la madre che è stata costretta a lasciare suo figlio in ospedale, senza poterlo riconoscere».

La professoressa Maria Lucia D’Alò, assistente sociale specialista, interviene sull’emergenza sociale, che spesso rimane inascoltata, di genitori che scelgono di lasciare i neonati in ospedale e farli adottare perché non possono mantenerli. L’ultimo caso, due settimane fa, di una donna straniera.

«Ad Avezzano ci sono due consultori pubblici», commenta la dottoressa, «uno della Asl e uno del Cif. La Caritas è dotata di un centro operativo Faced, di ascolto delle problematiche familiari. A cui si aggiunge un centro per la vita. Il Comune di Avezzano è dotato di un servizio sociale e di un centro per combattere la violenza alle donne. Una mamma, che per estrema povertà è costretta a non riconoscere suo figlio, non è stata forse violentata?».

«Associazioni e istituzioni hanno i mezzi per intervenire», continua D’Alò, anche componente dell’osservatorio permanente sulle problematiche sociali e umanitarie del territorio del Pd, «si tratta di centri in cui confluiscono ingenti finanziamenti provinciali, regionali ed europei. Hanno il dovere, soprattutto in casi gravi come questo, di aiutare in ogni modo una donna in difficoltà, non lasciandola sola davanti a un vetro, con il cuore spezzato, a guardare un figlio cui preferisce dire addio, pur di non vederlo soffrire nella povertà».

«In un territorio in cui sono presenti centri specializzati nell’accoglienza», prosegue la D’Alò. «mi chiedo come questi non riescano ad individuare e affrontare le nuove forme di povertà, con cui la società è costretta a fare i conti. Evidentemente, non basta accogliere flotte di migranti e dare loro un permesso di soggiorno. E gli ultimi fatti di cronaca ne sono la dimostrazione. Molte di queste persone arrivano nella Marsica, come nel resto d’Italia, per cercare un lavoro, che non trovano e poi si ritrovano nelle reti della criminalità. Quello che manca è una vera e propria presa in carico degli immigrati e delle loro situazioni familiari».

«Allo stesso modo», conclude la riflessione la D’Alò, «ci si comporta con altre nuove forme di povertà. È l’esempio dell’uomo che è stato costretto a vivere in auto per un anno. Cosa succede quando due genitori si separano e uno dei due è costretto a lasciare la casa? Purtroppo, è frequente che si ritrovi sulla strada. E in questi casi l’istituzione si fa carico dei figli e paga gli istituti, ma non si preoccupa del fatto che quei figli hanno bisogno dell’affetto di una famiglia. Ci si aspetterebbe che a intervenire in questi casi siano proprio i centri in cui operano assistenti sociali. Ma evidentemente in questo territorio non è così». (m.t.)

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