Giovane morì sui monti Il pm: un anno all’amico

Gallo: «L’imputato lasciò il compagno inesperto nella bufera, ma poteva salvarlo» La difesa: «Valutazioni infondate, dev’essere assolto». Sentenza il 13 dicembre

L’AQUILA. La ricostruzione della tragedia sul Gran Sasso, nella quale quattro anni fa morì il giovane aquilano Massimiliano Giusti, è stata rivissuta ieri nella penultima udienza del processo a carico a carico dell’amico Paolo Scimia, accusato di omicidio colposo: a causa di un’improvvisa bufera lo avrebbe abbandonato al suo destino rinunciando ad aiutarlo. Un’udienza tesa e concitatissima, dai toni aspri, per via della totale divergenza di vedute tra il pm Stefano Gallo e Ferdinando Paone, uno dei due avvocati dell’imputato, ma anche per il diniego, da parte del giudice Giuseppe Grieco, alla richiesta del pm di riascoltare le angoscianti telefonate al 118 fatte dall’imputato e dalla vittima poco prima che l’escursione finisse in tragedia. Ieri il pm ha chiesto la condanna a un anno di reclusione per Scimia. La requisitoria poggia sulla tesi che Scimia tra i due era di sicuro il più esperto e dunque aveva il ruolo di guida. «Scimia», ha detto, «ha di fatto assunto la posizione di garanzia verso la vittima. I profili di colpa ci sono. Un comportamento diligente avrebbe evitato il dramma. L’obbligo di tutelare la vittima è scolpito in capo a Scimia. Questi, da solo, è stato capace di trovare ben due rifugi nella tormenta. Vuol dire che, se si fosse impegnato, il suo amico si sarebbe salvato. Aveva l’obbligo giuridico di non lasciare il compagno da solo». Gallo ha anche detto che a fine processo si riserva di mandare gli atti in Procura per alcune testimonianze a suo dire poco credibili. «Scimia», ha concluso, «si è salvato perché è stato bravo grazie alla sua esperienza. Se l’avesse usata anche per salvare l’amico, ora anche l’altro sarebbe vivo». L’avvocato Paone ha escluso che il suo assistito fosse quell’alpinista esperto come lo ha dipinto il pm al punto che uno dei testimoni, a suo dire tra i più attendibili, ha affermato che si trattava solo di due appassionati di montagna e che si equivalessero quanto a capacità. Ha poi escluso che fosse stato Scimia a organizzare l’escursione. Inoltre ha affermato che, quando ci fu la bufera, l’imputato chiese alla vittima di aspettarlo in un punto per poi procedere insieme. Ma Giusti, forse per il panico, si sarebbe comportato in modo diverso allontanandosi e rendendo impossibile il ricongiungimento. L’altro difensore, Lanfranco Massimi, ha sostenuto che, dalle testimonianze, è emerso che nessuno dei due era preparato e pronto per fare valutazioni sagge in quel momento così difficile. La parte civile, rappresentata dall’avvocato Roberto Madama, ha insistito sulla richiesta di condanna invocata dal pm. Sentenza il 13 dicembre.

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