Irti: mai dato soldi alla camorra

Parla Aldo, ultimo capo della dinasty del mattone.

L’AQUILA. Col marchio della ditta e alcune «intuizioni» che, ancora oggi, rivendica con orgoglio, ha messo la firma sui lavori per l’ospedale e per la caserma della Finanza di Coppito. Ora, a 79 anni di età, guarda con rimpianto il dissolversi di un impero di cui è stato uno dei re. Aldo Irti (nella foto), ultimo baluardo dei 5 discendenti del capostipite Iniseo (Walter, Manlio, Claudio e Francesco), guarda la ricostruzione dalla finestra. La «Irti lavori», il colosso del mattone che ha realizzato infrastrutture in Italia e nel mondo, è fallita ed è fuori dalla ricostruzione. Ma gli Irti sono stati protagonisti della vita cittadina. Uno dei rampolli, il geometra Mauro, è finito nell’inchiesta sui crolli alla sede di Monteluco di Roio della facoltà di Ingegneria.

Ma il vecchio zio, che della «Iniseo Irti e figli», società-madre della holding, fu legale rappresentante, lo scagiona: «Non c’entra niente. Riuscirà a chiarire la sua posizione». E di estraneità, il «grande vecchio» dei costruttori aquilani, parla anche in relazione alle vicende legate agli appalti ottenuti, ai tempi d’oro, per realizzare lavori a Napoli, dove la ditta entrò in un’indagine sui clan Contini-Licciardi. «Mai pagato tangenti alla camorra», dice Aldo. «Anzi, una volta a Mondragone cacciai un capobastone dal cantiere. Mi disse: qua le forniture le faccio tutte io. Per un po’ dovetti girare con la pistola ma mi salvai. È passato tanto tempo. Oggi faccio brevetti. Per noi che abbiamo costruito mezza L’Aquila stare alla finestra in questa fase è una sofferenza doppia. L’azienda è fallita per una colossale truffa di cui siamo stati vittime e che, in sede penale, ha visto due condanne».