Sisma, l'ombra dei casalesi sulla ricostruzione dell'Aquila

L’organizzazione malavitosa voleva realizzare cento appartamenti in città e infiltrarsi negli appalti per i restauri

L’AQUILA. Un altro tentativo della malavita di mettere le mani sulla ricostruzione post-terremoto dell’Aquila: nel mirino, anche stavolta, il clan dei casalesi che voleva trasformare la Versilia in una succursale di Casal del Principe e realizzare cento appartamenti all’Aquila. Un blitz ordinato dalla Procura di Napoli ha sventato questo assalto e dalle intercettazioni, come viene riportato oggi sul «Venerdì di Repubblica», emerge quanto fosse forte l’interesse per entrare nei sostanziosi appalti per i restauri aquilani.

L’attività criminale nasce proprio a Viareggio dove si annidavano delle teste di ponte dei casalesi e imprenditori insospettabili.

Le intercettazioni, fatte tra la Toscana e Campania parlano chiaro circa l’interesse verso l’Abruzzo. «Devi andare all’Aquila», si legge in una conversazione intercettata tra l’imprenditore casertano arrivato a Viareggio 20 anni fa,Stefano Di Ronza, che riceve l’ordine, e Giovanni Sglavo, detto Panariello.

Ma perchè gli appalti dell’Aquila passano per la Versilia? Lo si evince da una seconda intercettazione. «Un avvocato di Maria Capua Vetere», si dice in una intercettazione, «deve fare cento alloggi ma ha imprese meridionali. Gliene serve una al nord». Ovvero in Versilia. Poi, sempre sulla scorta delle intercettazioni, stavolta a parlare è proprio l’avvocato ed emergono chiarimenti. Il legale, un anziano civilista che, evidentemente, si interessa di lavori edili, si rivolge a Di Ronza e gli chiede se ha la Soa, ovvero una certificazione indispensabile per operare negli appalti pubblici. Il costruttore Di Ronza gli risponde affermativamente. «Posseggo la Og1 per lavori per 15 milioni», spiega, «e la Og2 per cinque». La prima riguarda gli edifici civili e industriali e la seconda la ristrutturazione dei beni immobili, ovvero quello che riguarda L’Aquila. «Il lavoro iniziale», spiega l’avvocato, «è di un centinaio di appartamenti all’Aquila e si devono fare! ».

Lo stesso avvocato alcuni mesi fa fu ascoltato come persona informata sui fatti e ha negato il progetto di fare quei lavori. Egli ha poi aggiunto che il progetto di un appalto in Abruzzo era di un suo cliente il quale gli avrebbe parlato «due o tre volte di lavori post-terremoto». Tutto lì a suo dire

Fin qui l’inchiesta di Napoli.Almeno per ora. Resta comunque da verificare se, in vista di questo «sbarco» in forze nella nostra regione, i casalesi avessero in qualche modo contattato qualcuno sul territorio aquilano.

Comunque dalle indagini potranno arrivare altre informazioni su questa vicenda finora sconosciuta all’Aquila.

Non è certamente il primo caso di tentativo sventato di approdo nell’Aquilano da parte dei casalesi. Solo un paio di mesi fa è stato arrestato un piccolo imprenditore campano che si era intrufolato nella ricostruzione. L’uomo, Fabio Monaco, è ritenuto dagli investigatori un soggetto che si adoperava per ottenere l’affiliazione al clan.Ma già un paio di anni fa la Procura di Napoli chiese e ottenne gli arresti di alcuni casalesi. Infatti sulla scorta delle intercettazioni si scoprì l’intenzione di ottenere degli appalti all’Aquila cercando dei punti di riferimento nella zona.Un’indagine che ha coinvolto anche un aquilano ma che al momento è ferma.

I controlli sugli appalti da parte della prefettura sono certosini ma il timore che comunque ci siano degli infiltrati non è infondato.

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