Conga: i 113 mila euro erano miei

L'ex manager della Asl si difende: i soldi nella valigia non erano tangenti

PESCARA. «La Porsche Cayenne era un sogno nel cassetto mio e di Conga. Sei, sette mesi prima di acquistare l'auto mio zio mi ha dato i soldi in contanti per comprare la macchina da 117mila euro: l'ha pagata lui ma l'ha intestata a me per riservatezza. La valigia trovata nell'auto non era mia». Quando Antonello Ricapito, il nipote acquisito dell'ex manager della Asl di Chieti termina di deporre, Luigi Conga alza la mano furibondo e chiede di poter parlare: «E' un bugiardo», esclama l'ex manager della Asl di Chieti puntando il testimone che fa il medico legale e che ha sposato una sua nipote. «Non ho mai dato soldi a Ricapito, la macchina era sua e lui aveva le chiavi. Sì, la valigetta nell'auto con 113 mila euro era mia ma quei soldi sono stati ampiamente giustificati».

113MILA NELLA VALIGIA. Rivive, nell'udienza del processo sanità di ieri, uno spicchio di quel 14 luglio 2008 quando Conga viene fermato dalla Guardia di finanza nella Porsche Cayenne con 113mila euro nascosti in una ventiquattore: l'ex manager viene arrestato con l'accusa di aver ricevuto 6 milioni di tangenti dall'ex titolare di Villa Pini Vincenzo Maria Angelini e la Porsche viene sequestrata. Quella valigetta con i soldi e quella macchina sono il frutto delle tangenti, dice l'accusa rappresentata dal procuratore Nicola Trifuoggi e dai pm Giampiero Di Florio e Giuseppe Bellelli ma l'ex manager chiede di rendere una dichiarazione spontanea per raccontare la sua versione e accusare il testimone: «Mente, si vuole vendicare per una situazione familiare: io non ho mai fatto versamenti sul suo conto», attacca Conga. «Il 14 luglio 2008 hanno detto che stavo scappando, che stavo andando addirittura in Africa inseguito dagli elicotteri: tutto falso, quando è venuta la Guardia di finanza ero in pigiama e stavo dormendo. La valigia era mia, era nella macchina chiusa e sui soldi ho già dato ampie giustificazioni alla procura: soldi in regola. La macchina? Guadagnavo, che necessità avevo di far comprare la macchina a un altro? Cosa avrei dovuto nascondere? Ricapito lavorava in alcuni studi senza poterlo fare e guadagnava soldi in nero», conclude Conga tornando al suo posto accanto ai suoi avvocati Cristiana Valentini e Carmine Verde.

MASSONERIA. Sfilano 7 testimoni nell'aula 1 dove si celebra il processo sanità con 27 imputati: dall'ex presidente della Regione Ottaviano Del Turco ad Angelini, dall'ex segretario della presidenza Lamberto Quarta all'ex assessore Bernardo Mazzocca che ha rilasciato una dichiarazione spontanea. L'udienza si incanala sulla casa di Quarta a Francavilla, sulla cessione di Villa Pini e su una tessera della massoneria. E' il testimone Gian Carlo Sciarretta, ex segretario della Uil, a raccontare della tessera e dei rapporti con l'ex consigliere Camillo Cesarone, anche lui imputato nel processo. «Cesarone mi chiese di individuare un appartamento per l'attività politica», ha raccontato. «Lo trovai a Montesilvano e ogni mese Cesarone mi dava 500 euro per pagare l'affitto. Sì, è vero che in quella sede venne trovata una tessera della massoneria, a cui io sono iscritto dal 1988, ma non so come fosse finita lì».

RICOVERI 18 VOLTE. Angelini non è in aula, come nella precedente udienza, nel giorno in cui si parla della vendita della sua clinica. Ad ascoltare l'attuale affittuario di Villa Pini Nicola Petruzzi e il manager del gruppo H.S.S Enrico Brizioli c'è, però, sua moglie. E' nel pomeriggio che Petruzzi inizia a parlare di come andò quella trattativa, del «rischio» di acquistare Villa Pini e dell'operazione non andata a buon fine. «Mi era stata segnalata l'opportunità di acquistare Villa Pini e nel dicembre 2007 fui contattato da Enrico Brizioli, amministratore delegato del gruppo De Benedetti, che mi disse se poteva unirsi a me», ha spiegato l'imprenditore della sanità. «Quando decidemmo di dare corso all'acquisizione di Villa Pini ci accorgemmo di varie incoerenze: ricoveri inappropriati, ripetuti, un rischio fiscale di 40 milioni di euro e un rischio amministrativo di 11 milioni. Per i ricoveri ripetuti, notammo che un paziente passava da una specialità all'altra anche 12-18 volte», ha proseguito Petruzzi che nel settembre 2010 ha presentato l'unica offerta per Villa Pini diventando l'affittuario con diritto di prelazione. «Alla fine facemmo un'offerta di 45 milioni di euro contro la loro richiesta di 180 milioni. Ci siamo fermati perché l'aspettativa del cedente era molto superiore all'offerta». Lo stesso percorso raccontato, poi, da Brizioli nella deposizione.

«VILLA PINI CANCRO». Petruzzi, poi, racconta degli incontri con le istituzioni per «capire che opinione avesse la Regione su Villa Pini, quali prospettive», ha spiegato. «Incontrai a Roma Del Turco», illustra Petruzzi, «durante un pranzo nei primi mesi del 2008 nel ristorante romano Il Bolognese e a cui parteciparono anche Mazzocca e Brizioli. Il tenore del pranzo era capire come si collocasse Villa Pini nel panorama della sanità abruzzese. Del Turco si espresse in termini negativi, mi disse che Villa Pini era un cancro per l'Abruzzo e che qualunque situazione alternativa era auspicabile». Il processo sanità torna oggi con la deposizione, tra gli altri, di Giovanni Scurti.

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