D'Alfonso, dal libro su Tortora alle accuse contro i giudici

13 Dicembre 2016

Sfogo del governatore d'Abruzzo alla presentazione del volume scritto dall'ex senatrice Francesca Scopelliti. La compagna del giornalista: è stata uccisa anche la sua dignità

PESCARA. La presentazione di un libro sulla storia di Enzo Tortora, ieri a Pescara, si è trasformata in un atto d’accusa verso la magistratura «che uccide la dignità». A gettare benzina sul fuoco è stata Francesca Scopelliti, ex senatrice radicale e compagna di vita di Tortora. E Scopelliti ha parlato anche della recente condanna dell’ex governatore Ottaviano Del Turco in Cassazione per tre casi di tangenti. Poche parole per dire che «anche la vicenda di Del Turco grida vendetta, è una vergogna». Una presa di posizione dura, la prima dopo la condanna dell’ex presidente della Regione e l’ordine di un nuovo processo, a Perugia, solo per il reato di associazione a delinquere. L’altro protagonista dell’attacco a una parte della giustizia è stato Luciano D’Alfonso, presidente Pd della Regione, che ha parlato dei suoi giorni agli arresti domiciliari tra il 15 e il 24 dicembre 2008, un’onta lavata via poi con le assoluzioni: D’Alfonso ha raccontato di essere stato arrestato da un pm che ha fatto valere «la sua forza caratteriale» su «un gip senza personalità». Parole forti. Il presidente non ha fatto nomi e cognomi, ma, nella sala Figlia Iorio della Provincia, l’hanno capito tutti che il riferimento è al pm Gennaro Varone, sostituto procuratore a Pescara, e a Luca De Ninis, prima giudice a Pescara e adesso a Chieti. Abbiamo provato a contattare i magistrati ma senza riuscire ad avere una replica.

[[(standard.Article) «L’arresto, gip senza personalità»

L’occasione per mettere in stato d’accusa una parte della magistratura è stata la presentazione di “Lettere a Francesca”, libro che raccoglie le memorie del detenuto innocente Tortora scritte dall’inferno del carcere. L’incontro è stato moderato dall’aquilano Giulio Petrilli, vittima di un errore giudiziario. «Sul nome di Enzo», ha detto Scopelliti, «si è sempre cercato di far calare il muro del silenzio, perché rappresenta un po’ la cattiva coscienza; è come lo sporco, che è meglio farlo finire sotto al tappeto. Questo non l’ho consentito, perché significherebbe ucciderlo ancora». È per questo che l’ex compagna del giornalista, conduttore dello storico programma del venerdì sera degli anni Ottanta “Portobello”, ha voluto rendere pubbliche quelle lettere. «Non è stato un errore, è stato un crimine giudiziario», così Scopelliti ha raccontato il dramma di Tortora. Un intervento appassionato per ricordare gli anni passati sotto il segno delle infamie, crollati poi come un castello di carte di fronte a una sentenza di assoluzione che però non ha potuto curare le ferite. E poi il riferimento all’Abruzzo di Del Turco: la Cassazione ha ritenuto l’ex presidente colpevole di tre episodi di tangenti ricevute dall’imprenditore chietino della sanità Enzo Angelini per un totale di 850 mila euro. Una condanna che Del Turco non accetta perché, sostiene, sarebbe fondata su prove inesistenti e i soldi non sarebbero stati mai trovati. Scopelliti difende Del Turco: «Anche la vicenda di Del Turco grida vendetta, è una vergogna. Ed è la conferma che la politica non ha capito affatto la storia di Tortora. La politica deve trovare il coraggio per le riforme nella giustizia».

Anche D’Alfonso ha usato toni duri invocando cambiamenti nell’universo della giustizia: «Non possiamo avere nei confronti dello Stato, quando organizza e amministra la giustizia, la paura che la giustizia possa uccidere i diritti e la dignità delle persone. Con Tortora, in termini macroscopici, si verifica uno Stato che uccide un cittadino». Poi, D’Alfonso si è chiesto: «Ma quando è giusta la privazione della libertà di una persona? Bisognerebbe ridurre il margine di discrezionalità», ha detto il presidente e, proprio in questo frangente, si è lasciato andare a uno sfogo personale: «Per rilasciare una licenza di pesca in acque dolci servono tre persone, invece, per privare della libertà un cittadino», ha detto testualmente D’Alfonso, «ne bastano due e poco poco giocano a pallone insieme e poco poco il gip che firma non ha personalità, allora, è fatta. Uno», ha detto ancora D’Alfonso, «deve avere non solo la fortuna che le persone preposte alla funzione giusdicente abbiano cultura e abbiamo studiato, ma che abbiano anche personalità e non subiscano la forza caratteriale di chi coltiva l’accusa, perché è successo anche questo a Pescara».

Il presidente, poi, ha parlato di «cultura del limite: chi accusa, e non solo chi giudica, deve trovare anche le prove a discarico, quelle a favore dell’indagato». Una critica il governatore l’ha lanciata anche alla stampa colpevole, a suo dire, di dare troppo spazio all’accusa e troppo poco alla difesa: «Riscontro genuflessione rispetto alla cultura della colpevolezza e una grande responsabilità è del mondo dell’informazione, con una ginnastica dell’ossequio nei confronti dell’accusa».

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