Carabinieri di Pescara in uno degli appartamenti destinati allo sfruttamento della prostituzione cinese

PESCARA

Giovani donne trasformate in schiave del sesso, in carcere tre cittadini cinesi

Dai racconti dei clienti occasionali delle ragazze, gli investigatori ricostruiscono un vasto giro d'affari tra l'Italia e la Cina e un quadro di desolante sfruttamento 

PESCARA. Favorivano e sfruttavano la prostituzione di giovani donne connazionali. Con questa accusa, tre cittadini cinesi sono stati accompagnati in carcere alla fine dell'operazione investigativa denominata JieJie. L’hanno eseguita i carabinieri del Nor della compagnia di Pescara, sulla base delle misure cautelari firmate dal giudice dell’indagine preliminare (gip) di Pescara, Antonella Di Carlo, su richiesta del sostituto procuratore Marina Tommolini.

Gli arrestati sono K.D., 49 anni, cittadina cinese, e K.Y., di 52, anche lui cinese, entrambi vivono a Chieti Scalo; la terza persona destinataria dell’ordinanza di custodia in carcere è M.D., 60 anni, domiciliato a Modena. Alla fine di lunghi mesi di indagine, i militari hanno documentato il giro d’affari dell'organizzazione e accertato che i primi due indagati reperivano appartamenti in diverse località, non solo abruzzesi _ Pescara, San Benedetto del Tronto, San Salvo, Sulmona _ normalmente con la collaborazione di persone compiacenti che si prestavano a diventare intestatari fittizi dei contratti di affitto. Gli appartamenti venivano però occupati da giovani donne, solo e unicamente per svolgere attività di meretricio. Prestazioni regolarmente pubblicizzate su vari siti internet. Le telefonate non arrivavano direttamente alle ragazze. A smistare le richieste di incontri, era il call center gestito da K.D. e da K.Y., i quali, subito dopo contattavano la ragazza presente nella località prescelta (Pescara, San Salvo, Sulmona, San Benedetto del Tronto) per avvertirla della prestazione sex da effettuare di lì a breve, fornendole precise indicazioni anche sui prezzi da praticare. Il cinese arrestato a Modena, M.D., è risultato locatario, dal 2015 al 2019, di  21 immobili in vari Comuni del centro-nord Italia. M.D. era anche amministratore di due società e titolare di un’impresa individuale che lavora nel mondo dei massaggi.

Gli indizi a carico dei tre indagati sono supportati da numerose dichiarazioni di clienti occasionali. Dai loro racconti emerge un quadro di sconcertante sfruttamento: alle ragazze andava il 50% dell’introito, al netto delle spese di vitto, farmaci e quant’altro di loro necessità. Al termine dell'incontro, avevano l’obbligo di chiamare i gestori per confermare la prestazione eseguita dichiarando il quantum ricevuto, quindi di essere pronte a ricevere subito un altro cliente. Le giovani assegnate nei vari appartamenti non avevano alcuna autonomia nel gestire la propria vita. Così, per qualsiasi cosa dovessero fare _  chiudere la giornata lavorativa, andare a dormire, uscire per problemi di salute, fare ricariche telefoniche o acquistare generi alimentari _ erano obbligate a chiedere l’autorizzazione ai referenti dell’organizzazione. Non avevano alcuna autonomia neppure nella gestione delle prestazioni sessuali. Il loro destino era esclusivamente quello di essere sfruttate, per l’intero arco della giornata, fatte salve le poche ore dedicate al sonno, in ogni caso mai prima dell'una-due di notte e sveglia puntuale alle 7 del mattino.

Il denaro incassato veniva in parte inviato in Cina _ in occasione di viaggi di loro parenti o conoscenti, ai quali affidavano anche costosi Rolex e gioielli acquistati con i proventi del meretricio _ ma la parte più consistente dei soldi derivanti dal giro di prostituzione veniva affidata a soggetti che ne curavano di accreditarne il controvalore in Cina, nella valuta locale, al netto delle commissioni. In definitiva, è emersa una realtà criminosa molto più ampia rispetto a quella tracciata dagli investigatori in circa 5 mesi di attività, investendo diverse aree geografiche del mondo e alimentando così un giro d’affari molto cospicuo. Le tre persone arrestate sono state assegnate alle carceri di Chieti, Pescara e Modena.

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