Partiti, la trasparenza che chiediamo

L'editoriale della domenica del direttore del Centro

Risvolti amministrativi e penali a parte, la crisi scatenatasi ai vertici del Comune di Roma ripropone ancora una volta il problema del funzionamento interno delle forze politiche.

Prima di chiedere le dimissioni di un sindaco o di una giunta, nei tempi andati della vecchia prima Repubblica si assisteva a un dibattito aperto nelle direzioni, nei comitati centrali o nelle assemblee nazionali dei partiti. Sembravano rituali stanchi e noiosi. Ma che nostalgia! Erano riti talvolta troppo cerimoniosi e ripetitivi, è vero, ma almeno assicuravano una pubblicità e una trasparenza dei lavori e del processo decisionale accettabili per i cittadini.

Da troppo tempo nel nostro Paese queste decisioni, anche le più importanti per le stesse forze politiche vengono prese invece da singole persone o ristretti gruppi di potere raccolti intorno al leader di turno. Non a caso, una decina di anni fa, venne depositata in Parlamento una proposta di legge che dettava regole precise per il funzionamento dei partiti, fino a condizionare l’accesso ai finanziamenti pubblici e alle elezioni ad un grado accettabile di democrazia interna e trasparenza.

Purtroppo, pochi passi avanti sono stati fatti da allora. Tanto che movimenti, partiti e partitini hanno continuato a presentarsi alle elezioni e raccogliere voti anche senza mai fare un regolare congresso.

Questo problema non riguarda solo gli iscritti. In quanto determinante per la formazione della linea politica e per la selezione della classe dirigente proiettata un domani nella gestione del governo e delle istituzioni, è in realtà un problema di democrazia. E, in quanto tale, anche la vicenda romana ci tocca come abruzzesi. Ricordiamo ancora le polemiche scatenate dalla gestione di Forza Italia, quelle sollevate dalla vita interna dell’Italia dei valori, le altre connesse al funzionamento della Lega nord. Ultimamente anche il Partito democratico si è tirato addosso qualche critica, ad esempio in occasione del mancato dibattito in direzione dopo le dimissioni dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi o delledecisioni relative all’incarico da dare per il varo del nuovo governo.

Adesso è il Movimento 5 Stelle a sollevare polemiche. Per le decisioni prese in solitaria dal fondatore Beppe Grillo o nelle segrete stanze dalla Casaleggio e associati. Proprio in relazione alla gestione della crisi che, dopo l’arresto di Raffaele Marra, sta dilaniando la credibilità della giunta guidata dal sindaco Virginia Raggi.

Mal comune mezzo gaudio, verrebbe da dire. Pur facendo le dovute differenze tra i partiti coinvolti. Ma attenzione. Vediamo tutti a che punto di degrado ci sta portando questo modo di scegliere le classi dirigenti. Fino ad adesso con tanti guasti, nessuno dei quali fortunatamente irriparabili. Ma così non possiamo continuare. Le istituzioni hanno bisogno di forze politiche strutturate e personale in grado di gestirle. Assicurando stabilità e buongoverno, senza sperperare tempo e risorse. Uno sperpero che non possiamo più consentirci.