TERAMO

Picchiata e costretta a prostituirsi: ballerina risarcita per i danni

Finì in ospedale con una prognosi di trenta giorni: il tribunale la indennizza con circa 7mila euro. Sotto accusa i tre gestori del night club 

TERAMO. Ha vissuto nella zona d’ombra che segna il confine tra il lecito e l’illecito dei night club, in perenne equilibrio su un filo sottilissimo. Dieci anni fa agli investigatori raccontò che in quel locale notturno era arrivata come ballerina ma era finita a prostituirsi perché picchiata e minacciata dai titolari e dalla sua denuncia scattò l’inchiesta che nel 2015 portò i tre gestori del locale del Teramano (all’epoca in funzione a Castellalto) a condanne per sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione (poi confermate con lievi riforme in appello e Cassazione).

In quel processo la donna romena (assistita dall’avvocato Luca Macci) era parte civile e nella sentenza le venne riconosciuto il diritto a un risarcimento danni da stabilirsi in sede civile. Che è arrivato. Il tribunale civile, dopo un procedimento passato da un giudice all’altro con i tempi lunghi del sistema giustizia, le ha riconosciuto un risarcimento danni di circa 7mila euro per quella volta in cui venne picchiata dai datori di lavoro per obbligarla a prostituirsi con alcuni clienti del locale: per quelle botte finì in ospedale con una iniziale prognosi di quindici giorni poi diventati trenta.

«Il fatto di reato, qui rilevante quale fatto illecito generatore dell’obbligazione risarcitoria», scrive nella sentenza il giudice Luca Bordin, «risulta dunque definitivamente cristallizzato nei termini in cui alla sentenza di primo grado che, per quanto rileva, è stata confermata nei successivi gradi di giudizio.

Risulta, dunque, definitivamente accertato, con valenza di giudicato, che i tre convenuti, in concorso tra loro, con differenti condotte violente, hanno procurato lesioni personali alla parte attrice, consistenti in trauma cranico, contusioni e ferite escoriate giudicati guaribili in 15 giorni. In questa sede occorre dunque procedere unicamente alla determinazione del cosiddetto danno-conseguenza». E nella sentenza vengono riconosciuti «la percentuale di invalidità accertata (pari al 2%) e il valore del punto di danno biologico incrementato per la sofferenza soggettiva interiore».

Nell’inchiesta scattata all’epoca la pubblica accusa aveva sostenuto che il proprietario del locale avrebbe costretto 15 donne, tutte assunte come ballerine di sala, ad intrattenere i clienti nelle stanze private con rapporti sessuali dal costo di 50 euro. Nel corso del processo di primo grado in aula vennero sentiti decine di testi che confermarono le accuse: in quel locale tutte le ballerine si prostituivano. Solo una ebbe il coraggio di denunciare.