PALLA AL CENTRO

Calcio egoista e litigioso, sembra l'Italia che riparte

Il calcio, più di altro, aiuta a capire il Paese. Permette di comprenderne dinamiche e visioni. Pregi e difetti. Anche in tempi di coronavirus. Si è sempre parlato del mondo del pallone come litigioso e anarchico. Egoista. In effetti, anche in questi mesi ha dato conferma di certe peculiarità. Partire o non ripartire è sempre stato un dilemma a cui ognuno ha risposto secondo le proprie convenienze di classifica o di portafogli. Mai in maniera lucida e disinteressata.

C’era chi pensava di poter risparmiare gli stipendi in C, tanto i diritti tv sono un’elemosina. Oppure chi sperava in una sorta di sanatoria che li salvasse da una retrocessione. Oppure il Lotito di turno che pensa e spera di poter soffiare lo scudetto alla Juve, giudicando questa occasione irripetibile. Celebri le dichiarazioni contro la ripresa del campionato del presidente del Brescia (ultimo in classifica) Massimo Cellino che sperava in un blocco delle retrocessioni e per questo tifava per la sospensione definitiva del campionato di serie A. Evocando i morti della sua provincia, come se le vittime del Covid non fossero tutte uguali e laceranti. Poi, quando ha capito che così facendo non sarebbero arrivati i soldi delle televisioni ha cambiato idea: “Giusto ripartire”.

Per settimane chi era contro la ripresa ha tirato fuori dal cilindro un dubbio, una preoccupazione o una paura. Spesso giocando di sponda con il ministro dello sport Spadafora, l’ultimo a piegarsi all’onda lunga della ripresa dei campionati. L’importante era minare la fiducia di chi lavorava per rimettere in piedi la baracca. Anche quando i contagi sono mano a mano scemati. Anche tra le componenti del calcio un continuo reclamare qualcosa, ignari del fatto che il sistema è stato davvero sul punto di fallire se il coronavirus non avesse allentato la morsa, permettendo di tornare in campo.

I calciatori all’inizio non volevano ricominciare, perché avevano paura per la propria salute; poi, capito che rischiavano di perdere i soldi e che il movimento stava per saltare in aria, hanno dato l’assenso. Ma è un continuo tira e molla, ora sugli orari pomeridiani delle partite da giocare in estate. Ogni motivo è buono per attaccare briga o per marcare il proprio territorio d’influenza. E’ accaduto per i medici nel periodo di valutazione del protocollo sanitario da adottare: chi favorevole e chi contrario. Per non parlare delle stesse società. Prima hanno lottato per tornare in campo e poi, il giorno dopo, hanno ripreso a litigare sulle date e sul calendario. Ognuno deve spuntare qualcosa. Nemmeno la paura di vedere crollare il castello ha attenuato l’egoismo di chi non è mai sazio. Ogni giorno un problema, ogni momento è buono per reclamare attenzione o rivendicare un diritto. Indipendentemente dai ruoli e dalle pertinenze.

Mai qualcuno che faccia un passo indietro per il bene comune del movimento, un misero gesto di solidarietà. E ora quasi dispiace che il calcio stia per ripartire. Quante chiacchiere! E siamo solo ai preparativi. Il pallone non è tornato a rotolare, non c’è un replay da vivisezionare, un rigore da contestare e un complotto da evocare. E’ il calcio, sembra l’Italia.