In Abruzzo il diesel sale a 2,26 euro, la rabbia dei consumatori: «Promesse tradite»

9 Ottobre 2026

Il governo prende tempo sulle accise mobili. Intanto gli autotrasportatori chiedono un incontro a Meloni

PESCARA. Fra alti (tanti) e bassi (pochi) si va avanti a tentoni. L’effetto del mancato rinnovo del taglio di 6 centesimi dell’accisa sul diesel è stato immediato: in due giorni il rincaro in autostrada vale già un euro in più a pieno. La denuncia arriva dall’Unione nazionale consumatori, e mette in guardia il governo di Giorgia Meloni sull’incertezza di prospettive causata dalla gestione del caro carburante. Non tanto per l’aumento avuto nel giro di 48 ore, ma per il trend dei prezzi, che punta verso l’alto. Sul sito del Mimit si legge il costo medio aggiornato di gasolio e benzina nel Paese. Ieri il diesel in autostrada viaggiava sui 2,287 euro al litro, mentre sulla rete stradale abruzzese a 2,26, collocando la regione a metà classifica per rialzo dei prezzi alla pompa. La differenza rispetto a martedì è di 1,6 centesimi al litro. E la nostra non è la situazione peggiore, come si vede dai dati a livello nazionale.

«Il gasolio decolla oggi in autostrada di 2 centesimi al litro. In appena un giorno un pieno di 50 litri costa esattamente un euro in più. Va peggio in Friuli Venezia Giulia dove in 24 ore un rifornimento si paga 1,25 euro, in Liguria 1,20 euro, nel Lazio, medaglia di bronzo, 1 euro e 15 centesimi», sottolinea Massimiliano Dona, presidente dell'Unione nazionale consumatori, commentando i dati Mimit. «In autostrada», prosegue Dona, «in 2 giorni, un pieno costa 1 euro e 5 centesimi in più a fronte di un calo della benzina di 55 centesimi, un andamento opposto, un divario di 1 euro e 60 centesimi che dimostra la responsabilità del governo nel determinare questa pericolosa inversione di rotta a fronte di un gasolio che ha ancora prezzi lunari e che oggi si paga anche 2,287 euro al litro in autostrada, oltre 46 centesimi in più rispetto al 27 febbraio, pari a oltre 23 euro a rifornimento».

Con l’introduzione a sorpresa, da parte di Eni, del price cap e l’effetto domino sugli altri giganti del petrolio, Palazzo Chigi sembrava essere uscito vincitore dalla battaglia del caro carburanti; poi la bomba della scadenza dello sconto sull’accisa e l’impossibilità di prorogarlo alle stesse condizioni – a disposizione ci sono appena 160-170 milioni di euro – è esplosa in mano al governo. Come fosse stato un imprevisto dell’ultimo minuto e non una data segnata da tempo sul calendario. È sempre Dona a ricordare le promesse fatte (poche) settimane fa: «È incredibile il voltafaccia della premier Meloni che il 16 settembre, nella conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo il Consiglio dei ministri, aveva dichiarato che il 5 ottobre non si sarebbe andati a zero perché sarebbe intervenuto il sistema delle accise mobili», ha attaccato il presidente dell’Unc.

Quello che tre settimane fa era una certezza, oggi solleva interrogativi. La stessa Meloni mercoledì ha spiegato le due opzioni al vaglio del governo: o intervenire con il meccanismo delle accise mobili, appunto; oppure tenere da parte il “tesoretto” nel caso in cui la situazione peggiori nelle prossime settimane. Anche se l’ipotesi migliore, ha ammesso, è quella in cui il price cap «si possa ripristinare pienamente». Ventiquattro ore dopo, Palazzo Chigi è ancora fermo al bivio. Tuttavia, sembra difficile che Eni e gli altri giganti petroliferi che hanno adottato il price cap – Ip, Q8 e Tamoil – abbassino ancora i prezzi per riportare il diesel a 2,19 senza un rinnovo del taglio all’accisa: semplicemente, non era parte degli accordi.

Che il governo in questo momento preferisca muoversi con estrema cautela lo conferma anche la linea assunta dalla maggioranza. Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ieri, in occasione del voto finale sul Melonellum, ha preferito giocare a carte coperte: «Come ha detto la premier Giorgia Meloni, stiamo vedendo e valutando cosa fare con le accise mobili, il tema non è abbandonato». Anche il ministro per l’Ambiente Gilberto Pichetto-Fratin dà l’impressione di camminare sulle uova: «Sono operazioni molto costose e di breve periodo: si tratta anche di capire com'è lo scenario complessivo internazionale. Dobbiamo anche stare attenti rispetto al bilancio dello Stato», ha ricordato ieri il ministro, a margine del Data Center Symposium di Ida. «Credo», ha aggiunto, «che il quadro e i valori della borsa in questi giorni ci dicono che dobbiamo avere molta cautela».

C’è però chi non è disposto ad attendere un’eventuale nuova mossa del governo per avere risposte: gli autotrasportatori. Le associazioni di categoria hanno chiesto un incontro urgente con la premier dopo la «mancata emanazione dei provvedimenti attuativi dell'intesa raggiunta a Palazzo Chigi il 22 maggio scorso». «Le federazioni dell'autotrasporto, pur riconoscendo lo sforzo compiuto dal governo con l'introduzione dell'automatismo per il recupero delle risorse a fronte del taglio delle accise e la riduzione da 60 a 30 giorni dei termini di silenzio-assenso per la compensazione dei crediti», chiariscono, «rimangono questioni cruciali e non più rimandabili», e cioè «l'incertezza sui tempi di utilizzo del credito d'imposta da parte delle imprese, a partire dal differimento del termine per la compensazione attualmente fissato al 31 dicembre, la necessità che il governo si attivi presso la Commissione europea per prolungare il Temporary Framework visto il perdurare delle tensioni geopolitiche, il mancato aggiornamento dei valori indicativi di riferimento, fermi a marzo, e un'azione del contenimento del prezzo dei carburanti anche sul mercato extrarete». Se non ci sarà presto un incontro, fanno capire gli autotrasportatori, «le associazioni sono pronte a valutare tutti i passi successivi». Si legge sciopero.

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