Addio a nonna Maricarmen, a 87 anni simbolo delle proteste

Maricarmen Abascal, 87 anni, al centro della foto
Il 23 settembre scorso l’anziana donna era stata sfrattata dall’abitazione in cui aveva vissuto una vita. Ha resistito due settimane lontana da casa sua
MADRID. «Sono degli inumani. Non si può vivere così. È come avere un machete alla gola». Il 23 settembre le immagini del suo sfratto, mentre viene portata via da casa sua di forza, in barella, hanno fatto il giro del mondo. Con le sue parole – e la sua storia – a 87 anni Maricarmen Abascal è riuscita a rovesciare la punta della lama del machete che sentiva di avere sul collo. Ha unito un popolo di studenti e pensionati – e la società che c’è in mezzo – in nome di una istanza fondamentale: il diritto alla casa. Ed è la prima donna che, a quell’età, è riuscita a far approvare un decreto che porta il suo nome. E lo ha fatto post mortem. Quando Maricarmen è entrata per la prima volta nel suo appartamento di Alcalde Sàinz De Baranda, a Madrid, assieme ai genitori, era il 1955. La Spagna usciva ufficialmente dalla fase dell’isolamento internazionale con l’ingresso nell’Onu e la morte di José Ortega y Gasset alimentava i primi focolai di dissenso tra gli studenti che, l’anno dopo, sarebbero diventati vere e proprie proteste di piazza. Maricarmen Abascal aveva 16 anni.
L’edificio è lo stesso di 71 anni fa. Gli stessi muri spessi, lo stesso portone incastonato tra la pietra grigia, le finestre quadrate e tutte uguali. Un palazzone qualunque di un quartiere popolare come tanti altri. Tutto è rimasto uguale, tranne i prezzi d’affitto. Quelli sono triplicati. Fino non molto tempo fa, anche Maricarmen era un’inquilina qualunque: una delle tante nonne spagnole con una pensione bassa e difficoltà a pagare l’affitto, nonostante avesse lo stesso contratto di 71 anni fa. Poi l’acquisto dell’immobile da parte del fondo immobiliare e la richiesta di aumentare l’affitto. Quindi la vertenza di sfratto, che finisce male: a 87 anni, viene cacciata da casa sua, in diretta tv. Così è diventata La nonna della Spagna che lotta per il diritto all’abitare. Il simbolo di una rivolta intergenerazionale – dagli studenti ai pensionati, come non si vedeva da tempo – in grado di far cadere un governo e approvare un decreto intitolato a lei. Maricarmen, però, non ha fatto in tempo a vederlo.
Ha resistito due settimane lontana da casa sua. «È stata tutta la mia vita, e ora devo lasciarmela alle spalle», aveva detto negli scorsi giorni in un video dall’ospedale Gregorio Maranon, dove era stata ricoverata dopo lo sfratto e dove poi è deceduta due giorni fa. «Ma questo non significa che smetterò di lottare. Tornerò», aveva aggiunto nella clip diffusa sui social. A tornare a casa non ce l’ha fatta; però ha lasciato qualcosa che durerà nel tempo: un’immagine. E l’ha lasciata a una generazione pronta a farsene carico.
“Asesinada por el rentismo y sus politicos a sueldo”, cioè “assassinata dalla rendita parassitaria e dai suoi politici prezzolati”. È il titolo del volantino che sventolavano due sere fa i migliaia di giovani che sono tornati spontaneamente in piazza a Madrid dopo la notizia della morte di Maricarmen. Sotto allo slogan c’è una sua foto in primo piano, sorridente. Alle sue spalle si vedono degli studenti. Scorrendo lo sguardo ancora più in basso: “Non ti dimenticheremo mai. La tua memoria vive nella nostra lotta”.
Ieri mattina, fuori dall’assemblea di Madrid, si è tenuto il minuto di silenzio promosso dalla forza della sinistra alternativa Mas Madrid e dal Partito socialista spagnolo (Psoe-M). L’idea era di commemorarla durante la seduta: non c’era il consenso necessario di tutti i gruppi consiliari, in particolare del Partito Popolare.
Il giorno prima, era stato il leader socialista Pedro Sanchez il primo a fare le condoglianze per la morte dell’anziana donna. Sul decreto Maricarmen si è spaccata la sua maggioranza, costringendolo a indire elezioni anticipate. Il primo ministro adesso ha riproposto i decreti e si è assicurato i voti a favore nell’organismo che sostituirà il Parlamento fino al voto. Stop agli sfratti fino al 2030 per le famiglie fragili, proroga di due anni ai contratti, limitazioni all’acquisto di immobili da parte di fondi di investimento, disincentivi per gli appartamenti turistici e incentivi per i piccoli proprietari, prestiti a tasso zero per l’acquisto della prima casa e investimenti sull’edilizia popolare. Provvedimenti concreti che però, forse non sarebbero bastati a evitare il suo sfratto.
All’inizio della vertenza, il fondo immobiliare aveva offerto a Maricarmen di comprare l’appartamento dove viveva in affitto. Il prezzo proposto era sotto il valore di mercato, ma la donna aveva rifiutato: la pensione non bastava per il mutuo e non aveva figli che potevano aiutarla o a cui lasciare l’appartamento. Anche se il sindacato degli inquilini e l’avvocato le avevano detto che l’esito della vertenza non era affatto scontato, Maricarmen credeva che non l’avrebbero cacciata. Finché ha potuto, ha tenuto conferenze stampa su conferenze stampa per continuare la sua battaglia. Poi, il 23 settembre, l’hanno portata via da lì, in barella. «Voglio ringraziare tutte le persone, tutti i ragazzi (“ninhi”, ndr) che sono stati a fianco a me il giorno dello sfratto, tutti gli amici che mi sono stati vicini. Io sono la loro famiglia e loro sono la mia», aveva detto in quel suo ultimo video. «La mia età e la mia malattia non mi permetteranno di farne altri, ma voi continuate a lottare». Testamento politico della lotta per il diritto alla casa: un passaggio di consegne a una parte della società. Almeno quella che ora, nelle piazze, chiede giustizia.
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