Innocenzi: «Il cinema oggi è uno strumento di libertà. Ranucci e Santoro? Maestri»

10 Ottobre 2026

La giornalista e inviata di Report ha distribuito nelle sale il film “The Bibi Files”: «Ho iniziato per necessità, nessuno voleva proiettare le mie inchieste»

PESCARA. Eccola, Giulia Innocenzi. Poco più che quarant’anni e almeno tre vite da giornalista, una da distributrice e... una da radicale. Il suo è tra i volti più riconoscibili di Report: quest’estate, anche nei momenti più difficili del caso Ranucci, ci ha sempre messo la faccia. Forse perché, a sentire la sua storia, è una donna che non ha paura di sbattere la testa.

“The Bibi Files” è solo l’ultima pellicola che Giulia Innocenzi riesce a portare in sala: come fa una giornalista a diventare anche distributrice di film?

«(sorride, ndr) Ci riesce quando nessuno vuole proiettare il suo lavoro».

Lo ha imparato a sue spese?

«Mi è capitato subito, al mio primo docufilm, cioè Food for profit».

Un’inchiesta sul mondo degli allevamenti intensivi.

«Ci avevo speso cinque anni della mia vita, licenziandomi anche da Le Iene pur di concluderlo. E nessuno lo voleva!».

E a quel punto?

«Ho provato anche con gli streamer, ma niente. A un certo punto...».

Cosa?

«Mi fa sorridere a pensarci oggi: avevamo pensato a una proiezione “domestica”».

Su una piattaforma streaming?

«Macché! L’idea era di organizzare delle proiezioni private, nel salotto di casa mia, a piccoli gruppi».

Non proprio il massimo della visibilità.

«Infatti. In redazione ci dicevamo che sarebbe stato un sogno anche riuscire a proiettarlo in una sala sola».

Ci siete riusciti.

«Al cinema Beltrade di Milano. Un cinema piccolo, indipendente. Lì è avvenuta la magia: i biglietti sono andati esauriti in un nanosecondo».

Un successo.

«Lo hanno riproposto più volte e andava sempre sold out. A quel punto è iniziato il passaparola, il film ha cominciato a girare nelle sale. Anche grazie a internet».

Come?

«Avevamo creato un sito internet dove spiegavamo come contattare il tuo cinema di quartiere per far vedere Food for profit. Pensi che un giorno mi chiamano da una sala e sa che mi dicono?».

Che le dicono?

«“Giulia, io questo film te lo proietto, però ti prego: dì alla gente di smettere di chiamarmi. Non ne posso più!”».

Lei, con la sua casa di distribuzione Pueblo Unido Media, ha fatto pubblicare “The Bibi Files” e “The Sea” – due film legati, in modo diverso, alla situazione palestinese – e “Food for Profit”: qual è stato il più difficile da distribuire?

«“Food For Profit”, sicuramente. Allora non avevo esperienza. Una scalata dell’Everest che ci ha portato a risultati incredibili».

Anche “The Bibi Files” sta andando molto bene nelle sale.

«“The Bibi Files”, ma anche “Naza”: c’è una comunità di persone che ha voglia di vedere questo tipo di documentari. Chi l’avrebbe mai detto (sorride, ndr)!».

Non ci credeva?

«Non credevo esistesse una comunità così. Fino a poco tempo fa questi docufilm non erano nelle sale: se non sono proiettati, come fai a sapere se hanno un pubblico?».

E invece un pubblico esiste.

«Come esiste un grandissimo problema nella distribuzione italiana – e non solo perché nessuno crede nelle inchieste».

Forse sempre per la questione del pubblico?

«Il pubblico c’è, e ha una grande sete di conoscere i fatti attraverso i documentari, un grandissimo strumento di libertà».

Addirittura?

«Siamo in un periodo storico in cui i bavagli si stanno moltiplicando. Puoi farlo con i canali tv, i giornali, ma non con migliaia di cinema».

Sono troppi per essere censurati tutti?

«Se c’è richiesta, per un cinema che dice di no al tuo film altri dieci ti apriranno le porte. Come una palla di neve che continua a crescere».

Facciamo un passo indietro: quando esce “Food for profit”, nel 2024, lei è già nella redazione di Report.

«Sì, da due anni».

Come ci entra?

«Grazie a Sigfrido Ranucci».

Ranucci l’ha contattata?

«No. Dopo l’ennesimo attacco subito, gli scrivo un messaggio di solidarietà. Lui mi risponde e cominciamo a parlare».

Di cosa?

«Erano già anni che mi occupavo di allevamenti intensivi. Lui mi dice che gli interessa il mio lavoro, ci vediamo e gli propongo tre inchieste».

Vi vedete.

«A Roma. Gli spiego i miei servizi, lui apprezza. Cominciamo a lavorare insieme».

Mai avuto problemi con lui?

«Nessuno. Mi ha sempre fatto lavorare con la massima libertà».

Alcuni ex di Report raccontano di essere stati censurati da lui.

«Sigfrido mi ha sempre detto una cosa sola: “A Giulieee, basta che hai la notizia. Il resto non conta”. È stato così: se la notizia era potente potevi andare contro tutti, dai politici agli inserzionisti Rai. Sigfrido ti copriva sempre le spalle».

Oggi è in contatto con Ranucci?

«Sì, ci sentiamo, ci aggiorniamo su quello che succede».

Gli rimprovera qualcosa?

«Di non aver preso le distanze da Lavitola. Oggi lui è in carcere, è l’unico indagato come mandante dell’attentato contro di lui. Dopo una cosa del genere, devi prendere le distanze».

Report però ha resistito all’urto e oggi ci sono due nuovi conduttori.

«La nostra battaglia ci ha permesso di difendere l’indipendenza della trasmissione e ha fatto sì che a condurla ci sia Claudia Di Pasquale, un volto storico di Report».

Con Daniele Piervincenzi, l’altro conduttore, vi siete mai sentiti?

«No. Lavoro da Milano, dove vivo. Di solito mi interfaccio con Claudia».

Quella di Report è solo la sua ultima vita. Ma è vero che da ragazza è stata una radicale?

«Certo. Radicale, nell’animo, lo sono ancora!».

Come entra in questo mondo?

«Studiavo alla Luiss, a Roma. Fu Marco Valerio Lo Prete (oggi inviato del Tg1 a New York, ndr) ad avvicinarmi al mondo radicale. Ai tempi si combatteva per il referendum per la fecondazione assistita».

La sua prima battaglia.

«Da capofila!».

E poi?

«Erasmus a Parigi, torno a Roma. Faccio richiesta di tirocinio all’associazione Luca Coscioni. Mi prendono».

Lavora fianco a fianco con Cappato.

«Oggi è uno dei miei più cari amici. Abbiamo fatto tante battaglie insieme, su tutte quella per Piergiorgio Welby».

Chiese pubblicamente al presidente della Repubblica Napolitano, mostrando il suo corpo, l’eutanasia legale.

«Un corpo che non controllava più, su cui non aveva più alcun potere. È stato un periodo intenso».

Ed è vero che da radicale si è candidata per la segreteria dei Giovani democratici?

«Fu una pannellata (sorride, ndr)».

Racconti!

«Allora c’era Veltroni e Pannella voleva candidarsi alla segreteria del Partito democratico ma non ci riuscì. Io, d’accordo con lui, mi presentai per i Gd. Volevamo denunciare la mancanza di regole nelle primarie».

Come andò?

«Arrivai seconda. Anche se notai un’anomalia strana...».

Cioè?

«Centinaia di migliaia di voti, e nemmeno una scheda bianca o nulla».

Strano, sì.

«Cominciai a chiedere: “Ma com’è possibile che non ci sia nemmeno una scheda nulla?».

La risposta?

«“Sono solo dati provvisori, presto arriveranno quelli ufficiali».

Morale della storia?

«Non sono mai arrivati! (sorride, ndr)».

Il rapporto con Pannella com’era?

«Ricordo il fumo. Dal sigaro alla sigaretta, dalla sigaretta al sigaro. Lui, come i radicali, sono stati la mia vera scuola di formazione».

Scuola della politica di strada.

«Ho imparato tutto da loro: i flash mob, i congressi, le manifestazioni con indosso il “panino” – le fette di pane erano due cartelli con delle scritte – e così via. Ti mettevano in mezzo a una piazza col megafono e tu dovevi fare la tua protesta».

Pensa che in qualche modo abbia contribuito alla sua formazione giornalistica?

«Direi che i radicali sono stati la scuola dove imparare a leggere cosa accade nel mondo e ad avere la sfrontatezza necessaria di fronte al potere».

Chi è stato il suo vero maestro nel giornalismo allora?

«Michele Santoro, sicuramente».

Come vi conoscete?

«Mentre ero candidata per la segreteria dei Gd. Io avevo 23 anni allora: lui fu l’unico, insieme a Mentana, a invitarmi in tv».

I tempi di Anno zero.

«C’era Margherita Granbassi che intervistava giovani su argomenti di attualità. Io parlai di quello che aveva detto Berlusconi su Eluana Englaro, cioè che era una donna attiva perché aveva le mestruazioni mentre in realtà era da anni a letto, in coma».

Davanti alle telecamere ci sa fare.

«Santoro mi chiama una seconda volta. Poi alla fine della stagione ricevo una telefonata».

Cosa le dicono?

«“Dovrebbe venire in redazione, Michele Santoro vorrebbe farle un’offerta di lavoro”».

Non ha sbiancato?

«Pensavo fosse qualche amico cretino che mi aveva visto in tv e voleva farmi uno scherzo. Per fortuna non ho fatto pernacchie, ma sono rimasta in silenzio».

Quindi va da Santoro.

«Ovviamente ho accettato il lavoro. Ho imparato tutto lì. Sono stati anni di gavetta allucinante!».

Cosa le facevano fare?

«Dovevo produrre un servizio a settimana, mi spedivano ovunque: mi sentivo una pallina da flipper».

Un aneddoto?

«Beh, all’epoca il premier era Mario Monti e spesso dovevo inseguirlo. Ero costretta a saltare la sicurezza, farmi accreditare ovunque... e per fargli delle domande impossibili!».

Ha mai risposto?

«Solo una volta, e per farlo ho dovuto porre la domanda in inglese (sorride, ndr)».

Che cosa le ha chiesto?

«Se era favorevole alla patrimoniale».

Immagino disse di no.

«Rispose: “Non l’escludo”. Divenne la prima notizia di tutti i giornali, anche all’estero».

Prima di Santoro, però, avevi lavorato a Redtv.

«Anche quella fu una bella palestra. Avevo un programma settimanale mio. La cosa divertente è che la tv faceva capo a D’Alema, e la sua sede era a Palazzo Grazioli, la dimora romana di Berlusconi».

Mai incontrati sull’uscio?

«No, lì mai. Ero in studio però in quella famosissima puntata in cui spolverò la sedia da cui si era appena alzato Travaglio».

Storia gloriosa della tv pubblica.

«Ogni puntata di Anno zero era un evento: facevamo il 22% di share con 4 milioni di spettatori».

Santoro le ha dato piena fiducia.

«Fiducia assoluta. Una volta mi chiese: “Ma tu vuoi fare la conduttrice o l’attivista”».

Non lavorava solo per Anno zero?

«Ai tempi lavoravo anche per Avaaz, una no profit internazionale che si occupava di mobilitazione online».

Lei ha scelto il giornalismo.

«Santoro mi fece capire che non potevo fare un po’ e un po’. Alla fine, scoprii che il giornalismo era uno strumento potentissimo per incidere sulla società, che era ciò che ho sempre voluto fare attraverso il mio lavoro».

Rifarebbe la stessa strada?

«Mille, mille e mille volte».

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