Io, Berlinguer, il Pci, l'ecologia e Gaza. Voglio dimettermi dal genere umano

Si è spento questa notte Fabio Mussi, ex ministro nonché storico dirigente del Pci e di Sinistra Italiana. Questo è il capitolo che ha scritto un anno fa nel libro “Opposizione” (Solferino editore)
Aspetta un attimo che mi attaccano alla macchina della dialisi e poi, se vuoi, possiamo parlare per almeno un’ora. In un giorno del 1980 chiama Adalberto Minucci e mi dice con un tono addirittura brusco: “Ascoltami bene, Mussi: la segreteria ha deciso che tu vai in Calabria a fare il segretario”. Momento di silenzio. Adalberto, che di solito era persona gentilissima e affabile, prosegue con lo stesso tono, quasi imperativo: “Quando parti?”. Fine della comunicazione. Dopo poche ore ero già in viaggio, precettato al fronte dalla mattina alle sera. Pazzesco. Era considerato normale, parte della gavetta obbligata, e poco importava che avessi 32 anni. Sarebbe accaduto, in momenti quasi paralleli ad Antonio Bassolino in Campania, a Massimo D’Alema in Puglia, a Gavino Angius in Sardegna. E ovviamente anche a me, in Calabria. Adesso fai due tweet e diventi deputato, allora ti prendevano e ti buttavano in mezzo alla mischia per temprarti, e non c’erano paracadute: nuota o muori: ah ah ah. Questo era il Pci.
Vuoi la verità? Per me quei quattro anni a Reggio furono un’esperienza terribile, durissima. In Calabria trovavo partito complicato, arduo da capire. Un territorio complesso, ricco, ma pieno di storie e rapporti in cui, solo per comprendere quello che accadeva, bisognava risalire all’anno mille. E poi c’era la vita blindata in cui ero precipitato dalla mattina alla sera, a cui non ero abituato. Mi ritrovo sotto scorta, io che fino ad allora ero un quadro intellettuale laureato alla Normale, figlio di operai, certo, ma cresciuto tra l’Eden del partito toscano e Roma. Uno che se aveva una sera libera amava andare al cinema o leggere un libro, se poteva. Dopo un po’ che ero in questa temperie, Berlinguer venne da me in Calabria a fare un comizio. Arrivano i nostri. Parlammo a lungo, e poi tornammo a Roma in treno, un viaggio lungo, ma che mi dava modo di parlare con lui andando più a fondo. Era il 1983. Enrico mi dice una frase che mi colpisce. “Lo vedi che io non rispondo più alle polemiche di giornata alle piccole dispute politiche. Te ne sei accorto? Non mi interessa più, sono preso da problemi che mi sembrano molto più grandi, come sai”. Si ferma, lo guardo senza dire nulla, mi sorride: “Adesso mi dovete aiutare voi giovani”. Mi colpiva di Enrico la sua padronanza della macchina del partito, dei suoi ingranaggi, anche se non lo vedevi era sempre ovunque, non so come facesse, sembrava che non gli sfuggisse nulla.
Ti racconto un aneddoto, su questo punto. Dato che ero considerato un giovane intellettuale mi infilavano in questi comitati che dovevano redigere i documenti del partito. Belle palestre, ma era anche come partire per una guerra. Io allora ero considerato un ambientalista, e per questo guardato anche male, in un partito in cui la sinistra aveva un’ala operaista, e la destra un’ala industrialista, quella dei compagni riformisti più vicini a Napolitano. Bene, ecco cosa accadde: di stava redigendo una carta dei valori, e io scrivo una paginetta sul fenomeno dell’entropia, pensando che potesse entrare in quel documento. Oggi potremmo chiamarlo l’antecedente della questione climatica, la prima grande riflessione sulla questione ambientale. Finisco messo in mezzo e quasi sbeffeggiato dai vecchi soloni: “Ma cosa hai scritto, Mussi? Non si capisce nulla. Che cosa c‘entra questo con il nostro documento?”. Risate e lazzi, nonnismo di partito. Passano pochi giorni e mi squilla il telefono sulla scrivania. É Berlinguer: “Mi spieghi bene questa cosa dell’entropia?”. Io ero rimasto folgorato dai libri di Barry Commoner, biologo americano, ecologista, uno dei primi studiosi delle nuove tematiche verdi. Il cerchio da chiudere, ovviamente, che era già un classico. La politica dell’energia, che era del 1980. E soprattutto Se scoppia la bomba che mi aveva aperto gli occhi, sul nucleare. Quando avevo iniziato la mia battaglia perché il Pci chiedesse le centrali avevo provato sulla mia pelle come combattevano i miglioristi nel partito. Io mi ero limitato a presentare un emendamento contro il nucleare.
E cosa succede? Gianfranco Borghini (fratello gemello di Gianpiero, che diventerà sindaco di Milano), futuro responsabile industria del partito, da sempre nuclearista sfegato prende carta e penna e mi denuncia alla commissione di garanzia. Berlinguer invece aveva letto il celebre rapporto del club di Roma sui limiti dello sviluppo - già nel 1972 - e ne era rimasto impressionato, ne avevamo parlato a lungo. Tra le tante intuizioni di Berlinguer, la svolta culturale sull’’ecologia - un vero cambio di paradigma - è quella che oggi forse viene ricordata di meno. E invece, se iniziammo a parlarne nel partito, con le difficoltà che ti ho detto, è perché lui (e anche suo fratello Giovanni) a metà degli anni settanta iniziano a cambiare quel paradigma. Stando in una di queste commissioni politiche sapevo molte cose di quello che accadeva nei gruppi dirigenti. Ma a tutti quelli che ne facevano parte era impedito di parlare di quello che accadeva in direzione. Ci si metteva la giacca e la cravatta per discutere in comitato centrale - io ne facevo parte dal 1968 - con interventi da scuola oratoria. Ma nel più importante organo dirigente del partito si discuteva scamiciati e con il coltello tra i denti. Purtroppo entrai in direzione solo dopo quei giorni del 1984, ma non serviva essere delle aquile per capire che il clima stava degenerando.
Dopo la Calabria, proprio nel 1984, vengo nominato vicedirettore de l’Unità, e quindi torno a Roma. Avevo lavorato al fianco di Gerardo Chiaromonte, e sapevo benissimo come la pensava, e non voglio dare in nessun modo una interpretazione caricaturale della posizione dei cosiddetti miglioristi: loro erano convinti, con sfumature molto diverse tra di loro, che la linea dell’ultimo Berlinguer fosse n grave problema per il partito. Io, che mi consideravo berlingueriano, pensavo esattamente il contrario. Oggi ripenso a quei giorni e credo davvero che Berlinguer sia stato un gigante della politico. Era a tratti profetico, in quella fase, penso all’intervista su Orwell, la sua riflessione toccava un punto di struttura della democrazia italiana, stretta nella crisi della modernità: altro che vago predicatore eticista. Io ero berlingueriano, ma non ero in una corrente. Non ho mai concordato le mie posizioni con nessuno, e all’epoca non ho mai fatto una sola riunione che non fosse negli organismi del Pci. Mentre i riformisti, e anche i Cossuttiani mi, dopo “lo strappo” con l’Urss, avevano costituito delle correnti organizzate intorno al potere. Il tema dello scontro era questo. Non voglio neanche idealizzare la figura di Berlinguer: mentre combattevo per spiegare la linea dell’alternativa, e se possibile farla vincere, avvertivo che era un tentativo, coraggiosissimo, ma anche che si stava chiudendo una stagione.
Il grande progetto di cambiamento di Berlinguer, negli anni settanta, era stato seppellito sotto le bombe e gli attentati. L’intuizione del compromesso storico era rimasta imprigionata sotto il cadavere di Moro. Malgrado tutto quello che ho raccontato, pensa al grado di segretezza: io dello scontro durissimo che si era celebrato in quella riunione del giugno del 1984, all’epoca, seppi poco o nulla. È vero che ero amico di D’Alema. Ma quell’episodio fu come eclissato dalla campagna elettorale, e poi dal dramma di Padova. In queste ore ripenso molto spesso all’ultimo Berlinguer. Sono in una stanza attaccato ai tubi, mi hanno appena operato aperto e richiuso, ho dovuto stringere i denti eppure non riesco a staccarmi neanche un momento dalle cose del mondo. Anzi. Se possibile è come se fuori da questa stanza fossi appeso anche ad altri fili che mi legano a queste sofferenze, e mi rendono più sensibile. Seguo quello che accade in Ucraina, quello accade a Gaza, la guerra che torna come unica legge del mondo. Sempre più feroce e barbarica, nei suoi codici antichissimi, ma anche modernissima e tecnologica, come se l’unico progresso dell’umanità in tremila anni di massacri, fosse quello della accresciuta capacità di sterminio.
E non era questo il primo motivo della battaglia di Berlinguer sulla pace, del suo No a tutti i missili? Era per questo che voleva simbolicamente chiudere davanti alla base di Comiso, se non ci fosse stata Padova. Adesso sono un nonno felice, che combatte per guadagnare ogni minuto di vita da trascorrere con le sue nipoti. Ma anche per trasmettere qualcosa di questa ricchissima storia che abbiamo attraversato, nell’ora più buia. Maledetto Prometeo, se il frutto del suo furto, è la straordinaria efficienza delle macchine di sterminio. Guardo questi eventi terribili soffro, mi convinco se sapessi dove si trova l’ufficio delle anime del mondo, andrei subito lì a presentare domanda: “Voglio dimettermi dal genere umano”. Ma siccome questo ufficio non c’è, anche mentre sono appeso ai cavi della dialisi, a modo mio combatto: non posso adeguarmi ai tempi, nemmeno per un secondo, anche se solo nel mio cervello, non mi arrendo.
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