Italia in tilt a terra, in cielo e in mare: ora meno giorgettismi

20 Ottobre 2026

Se la protesta si risolve nelle prossime ore, non vedremo lo scenario carestia in tutti gli altri supermercati, non c’è ancora nessun motivo per perdere la testa.

Alla fine, come paventavamo da giorni, l’onda di protesta dai trasportatori, risalita velocemente dal sud ha bagnato il Lazio (sul lato Tirrenico) e l’Abruzzo meridionale (sul lato Adriatico). Ieri l’Italia era in tilt a terra, sulle autostrade, in mare, nel porto di Napoli, e persino in cielo, nell’aeroporto di Genova occupato.

Questo choc multiplo ha prodotto i primi isolati (e speriamo ultimi) scaffali vuoti in queste aree, e un effetto accaparramento ieri in Campania, con lunghe file alle casse dei supermercati: avevamo annunciato il rischio di una tempesta perfetta. Alcuni vuoti, anche in diverse città dell’Abruzzo, soprattutto in alcune catene, che hanno una filiera di distribuzione più corta: sono, tecnicamente, per la loro tipologia, come le gabbie dei canarini nelle vecchie miniere. Un segnale premonitore. Se la protesta si risolve nelle prossime ore, non vedremo lo scenario carestia in tutti gli altri supermercati, non c’è ancora nessun motivo per perdere la testa.

Presidio degli agricoltori contro il caro carburanti a Cassino, 17 ottobre 2026. ANSA/ANTONIO NARDELLI

Oggi possiamo dire che questa tempesta è deflagrata su tutto il territorio nazionale, innescata da motivazioni diverse ma convergenti: per anni non abbiamo risolto il problema dell’Ilva di Taranto, ed ecco che la crisi che ha l’epicentro nell’acciaieria più grande d’Europa produce l’occupazione dell’aeroporto di Genova da parte degli operai, con caschetti gialli battuti per terra davanti ai gate. L’iperproduzione del raccolto di olive in Spagna (come abbiamo raccontato) ha mandato in tilt i raccoglitori italiani, per motivi di prezzo. La logistica della filiera della semola (che stiamo raccontando da giorni) ha fatto abbassare la serranda alla Molisana e alla Garofalo (ieri) per mancanza di materia prima (resiste la De Cecco che è indipendente per scelta di autonomia produttiva: ma per quanto ancora potrà trasportare?). Il blocco del porto di Napoli taglia fuori molte rotte di esportazione verso l’estero. La chiusura dei caselli della A1 a Caserta e le scaramucce in Ciociaria avvicinano pericolosamente la linea del fronte della protesta a Roma. E ieri, mentre tutti questi cortocircuiti impazzivano insieme, indotti dallo sciopero dei trasportatori, sembrava quasi surreale che a Palazzo Chigi andasse in scena un vertice sull’ordine pubblico.

L’incontro del governo con i manifestanti, che in origine era stato incredibilmente programmato per il 27 ottobre (per temporeggiare) è stato anticipato a oggi. Domanda: ci sono le risorse economiche immediatamente disponibili per placare il movente primo che innesca tutte le diverse crisi, ovvero il prezzo del gasolio? Speriamo davvero che ci siano. Ma la tempesta perfetta di queste ore fa tornare alla mente il famoso monologo di Nanni Moretti in “Il Portaborse”, quando il ministro Botero, interpretato dal regista (in forma splendida), spiegava una crisi così: «Da ragazzo avevo una Fiat Cinquecento, che amavo moltissimo: non mi tradiva mai. Poi un giorno – spiega il Nanni-ministro – appena superati i trecentomila chilometri, patatrac: prima mi si è rotto il motorino di avviamento, poi la coppa dell’olio, poi il cambio. Dopodiché ho fuso».

Oggi possiamo dire che la Cinquecento è la nostra economia senza crescita: ha sostenuto il genio dei nostri imprenditori, la generosità dei nostri lavoratori, la tenacia insostenibile dei nostri coltivatori. Ma alla fine, quando sei allo zero virgola di crescita per mesi, e la struttura si obsoletizza, fai crack: la tattica temporeggiatrice, la lingua astuta, paternalistica e fumosa del Giorgettismo, in questi anni, è stata come un potente narcotico. Poi, un giorno, improvvisamente, ti risvegli nel presente, nel tempo delle nuove guerre che ci assediano e rischi il collasso: non esiste Paese al mondo che possa permettersi di avere al Nord teppisti (sorridenti) in fila per spaccare vetrine e rubare borse e borsette Louis Vuitton, e al Sud agricoltori in fila (in lacrime) per dissipare, con olio e frutta, il prodotto del loro lavoro.

In quale paese del mondo le infrastrutture ferroviarie non si sviluppano, e su due arterie vitali come l’Adriatica e l’Autosole si procede a passo di lumaca in mono-corsia per lunghi tratti per cantieri che sono lì da anni e dureranno anni? Questo è un paese in cui chi è in sofferenza arriva a questo appuntamento logorato da anni di vacche magre. E psicologicamente preoccupato, inquieto: la pasta – per esempio – non è mai mancata, neanche nei giorni della Pandemia. Neanche mentre sfilavano le bare di Bergamo. Ecco perché vorremo non dover vedere ripetersi (in altri luoghi) le scene degli accaparramenti, viste ieri, nei supermercati di Napoli. Ma bisogna che il governo metta sul piatto soldi e strategia, meno decreti senza spesa, più certezze e meno giorgettismi: è l’unico modo per tornare a riempire gli scaffali del nostro scontento.

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