La guerra degli idrocarburi

Sembra uno spettacolo surreale, un quadro di Magritte: tutti in fila ai self service sotto la luna. Una strana alchimia notturna in cui si fondono fatalità e necessità
PESCARA. Non c’è la rabbia dei forconi, non ci sono il fuoco e la fiamma di Parigi, e nemmeno le chiavi di Madrid: è una protesta dura ma (per ora) gentile. Ve la stiamo raccontando da giorni, battaglia dopo battaglia, perché questa guerra ci riguarda tutti: è la Guerra nonviolenta del Gasolio. Questa volta - si potrebbe dire - è come se nel nostro Paese si stesse giocando una drammatica partita di Risiko, in cui le truppe degli eserciti risalgono da sud verso nord, giorno dopo giorno, anche se al posto dei carri armati di plastica colorata ci sono i camion e gli autotreni, e al posto delle carte guadagnate con i territori conquistati ci sono le pompe di benzina e le piazzole delle autostrade, che cadono una dopo l’altra, trasformandosi subito in agorà della protesta.
Oggi ho passato la giornata in macchina, partendo da Caserta - dal Tirreno verso l’Adriatico - seguendo il confine frastagliato di questa avanzata, tanto rapida quanto apparentemente vittoriosa. In Calabria (leggete la cronaca del nostro collaboratore Mario Esposito) la gente si mette in coda di notte in ciabatte e pigiama, per evitare l’inferno alle pompe la mattina. Sembra uno spettacolo surreale, un quadro di Magritte: tutti in fila ai self service sotto la luna. Una strana alchimia notturna in cui si fondono fatalità e necessità.
In Molise, appena entrato nel cerchio dei territori “conquistati” dall’esercito degli autotrasportatori, la linea dei presidi è arrivata fino a Riccia, in provincia di Campobasso. In Puglia per ora si registra il fronte più duro, caselli bloccati, qualche scaramuccia per fermare gli autotreni, qualche rifornimento respinto indietro per impedire che si scaricassero merci. Semaforo verde solo per gli autotreni che trasportano farmaci. Nei momenti critici vola anche qualche schiaffone con chi prova a eludere il blocco. La Puglia è uno dei due corni disegnati da questa avanzata, ed è quello dove prevale la linea più dura.
Sia lì che in Calabria iniziano ad apparire gli scaffali vuoti nei supermercati. Per motivi apparentemente inspiegabili (almeno fino ad oggi) i media mainstream non hanno raccontato nulla di tutto questo, non si vedono le immagini, non ci sono titoli nei Tg, e anche i giornali dedicano qualche paginetta rachitica, risparmiando di inviare le grandi firme. In Campania per ora non è stato sferrato nessun assalto, anche se oggi a Caianiello andava in scena una singolare forma di protesta: gli automobilisti che volevano entrare nell’Autostrada del Sole venivano imbottigliati fra due autotreni e rallentati nella parte dell’ingresso. Una tecnica puramente dimostrativa, che rendeva visibile la protesta senza creare disagio. Ecco perché finora il cordone ombelicale del Paese, la A1, non è stato interrotto.
La prima notizia è davvero l’incredibile accoglienza ricevuta dai manifestanti: uno si immagina proteste, invettive, lamentele. E invece le cronache ci narrano di madri che portano i thermos e le merende a coloro che stanno predisponendo i blocchi. La seconda notizia è che questa protesta, per quanto ignorata dai media, sta già producendo degli effetti importanti: non solo la plateale scarsità delle merci fresche nei supermercati, ma anche l’interruzione di alcune vitali e invisibili catene di rifornimento strategico. Si sta verificando a tutti gli effetti una tempesta perfetta, come un detonatore che si innesta sulla carica di esplosivo che era stato già predisposto dalla crisi. Prendete il circuito vitale della semola, materia prima indispensabile per tutta la produzione di pasta in scatola: a Foggia c’è uno dei più grandi granai d’Italia, l’enorme stabilimento della Casillo che rifornisce di semola i più importanti produttori di pasta, con l’eccezione della De Cecco che per sua fortuna è autonoma (usa delle miscele, cioè, totalmente autoprodotte e ha delle enormi capacità di stoccaggio di grano).
Se il blocco dovesse proseguire, dunque, sia La Molisana sia Rummo, che sono legati alla dorsale di rifornimento Adriatico, rischiano di dover interrompere la produzione per mancanza di materia prima. Ma il vento della rivolta si lega anche a un altro evento decisivo, la raccolta delle olive. Qui entrano in cortocircuito due eventi diversissimi come l’aumento del costo dei trasporti e le condizioni del raccolto. Sul mercato europeo è arrivata un’enorme quantità di olive spagnole, una produzione record determinata dalle condizioni particolari delle piante e del clima nella penisola iberica. Questo raccolto ha depresso le quotazioni anche delle olive italiane, abbassando il prezzo al quintale. E questa condizione si è sommata all’esplosione del prezzo dei carburanti, portando molti agricoltori di fronte a un’ipotesi disperata: non raccogliere le olive, risparmiando almeno il costo di questa operazione, pur di contenere le perdite.
“Se il prezzo a cui quest’anno vendo l’olio - mi dice Franco, un amico del Foggiano, per farmi capire il problema - non mi ripaga almeno dei costi, allora preferisco regalarlo agli amici”. Ride amaro, ma non è uno scherzo. Storie diverse, filiere diverse, ma tutte si intrecciano sulle lingue d’asfalto e rimbombano come una marea di scontento nelle cisterne degli idrocarburi. La scelta del governo di rimandare il tavolo del confronto sui prezzi al 28 ottobre sembra apparentemente irrazionale, insensata. Mentre invece, ancora una volta, è determinata da una condizione economica di grande fragilità.
Per decidere su qualsiasi provvedimento di spesa (come è accaduto quest’estate con il ridicolo “decretino dei tre giorni”) si aspetta il conto del gettito dell’Iva, per capire quante sono le risorse a disposizione e per fare cosa. Forse un buon giocatore di Risiko farebbe di tutto per fermare l’avanzata dei camioncini verso Nord, prima che cada la nuova linea difensiva provvisoria, che corre su un confine invisibile lungo i territori di Campania, Lazio e Abruzzo. Tutto può ancora accadere, in meglio o in peggio, a patto che nessuno sottovaluti questa ondata di protesta così diversa dalle altre insorgenze europee. L’onda lunga della rabbia amara: la guerra degli idrocarburi, delle olive e delle semole.
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