La protesta dei tir risale l’Italia, parte l’assalto ai supermercati

18 Ottobre 2026

In strada anche agricoltori e pescatori. I cittadini sono solidali. E gli scaffali rimangono vuoti

POGGIO IMPERIALE. «La raccolta delle olive doveva cominciare una settimana fa, ma noi non abbiamo ancora iniziato. Forse non la faremo. Costa troppo, non ci conviene. Perdiamo meno soldi se non produciamo». Eccolo qui, al casello dell’A14 di Poggio Imperiale, il paradosso più evidente della guerra del carburante: chi normalmente lavora per vivere, oggi non lavora per sopravvivere. La storia di Francesco Cannizzaro, olivicoltore di Cagnano Varano – nel Gargano – è simile a quella di tanti agricoltori pugliesi che hanno spento i trattori per bloccare la distribuzione in questo tratto di autostrada. La mobilitazione è iniziata lunedì. I primi a mobilitarsi contro il caro carburanti sono stati i camionisti. Il giorno dopo si sono aggiunti agricoltori e pescatori. Nessuna sigla sindacale, tutto spontaneo: la crisi del gasolio salda mondi diversi. Perché i problemi sono gli stessi.

Il casello di Poggio Imperiale/Lesina è un punto strategico per le catene di approvvigionamento. Da qui adesso passano autocisterne cariche di carburante per i mezzi di soccorso e farmaci. Per il resto, poco o nulla. Sembra che la grande distribuzione stia tentando di aggirare il blocco trasferendo le merci dai tir ai furgoni. Sono stati fermati anche quelli. Quanto proseguirà non è dato saperlo. Gli agricoltori chiedono con urgenza l’intervento del governo e minacciano di arrivare a Roma, gli autotrasportatori aspettano l’esito dell’incontro, anticipato a martedì dopo le proteste, con il ministro delle Infrastrutture e Trasporti Matteo Salvini. «Ci ho parlato al telefono, mi ha detto di aspettare l’incontro con le organizzazioni datoriali e i sindacati», racconta Nicandro Vigilante, che guida la mobilitazione degli autotrasportatori nel Foggiano. È indipendente dalle associazioni di categoria. Lui, come gli altri, non si fida. «Non ci hanno aiutato, pensano solo ai loro interessi», spiega. Poi sventola un foglio di carta. È la fattura del suo ultimo pieno: 1.800 euro per 750 litri di gasolio.

Secondo Confartigianato Trasporti, da febbraio il prezzo industriale del gasolio, al netto delle tasse, è aumentato del 54,3%. Significa che ciò che prima si pagava 100, oggi si paga 154. «Con 750 litri riesco a fare 2.100 chilometri, e solo perché questo è un tir da 130mila euro», aggiunge Vigilante. Ha una flotta di 15 camion, di cui alcuni datati. «Quelli non fanno più di 1,7-1,8 chilometri al litro», precisa. Il meccanismo di adeguamento delle tariffe dell’autotrasporto a valle non è automatico: alcuni committenti, soprattutto i più grandi, rifiutano la clausola di fuel surcharge. Rimane critico anche l’aspetto liquidità: il gasolio si paga alla pompa ogni una o due settimane; il trasporto si fattura a 60, 90 o 120 giorni dopo. Per ogni rincaro serve un’iniezione di capitale.

La situazione è così drammatica che il caro carburante colpisce anche la capacità di manifestare: «Se le cose non cambiano, non so cosa farò. Anche volendo, non posso permettermi di andare fino a Roma», ammette Vigilante. Qualcosa però accadrà, assicura, se il governo non offrirà ascolto e soprattutto soluzioni ai loro problemi. La guerra del gasolio è un domino che parte dalla Sicilia e tassello dopo tassello risale lo Stivale. Gli autotrasportatori si fermano, e chi non si ferma viene fermato dai colleghi, si diffonde la paura tra i cittadini, parte l’assalto alle pompe di benzina e ai supermercati. In qualche ora le stazioni di servizio rimangono a secco, gli scaffali senza merce. Psicosi collettiva in tempi – per adesso – di pace. Ma non c’è alcuna polemica da parte dei cittadini. In molti dai paesi limitrofi sono passati al casello per dare sostegno ai manifestanti. Qualcuno ha portato il caffè, altri focaccia, dolci. L’altra faccia dell’emergenza è la solidarietà.

L’olio era l’oro verde del Gargano. Una volta. Oggi è diventato ottone: fino a due anni fa lo sfuso si vendeva a 9-10 euro al litro, oggi è sceso a 3,70. «Per andare in pareggio, quindi senza guadagnare, dovrei venderlo ad almeno 6-7 euro al litro», spiega l’olivicoltore Francesco Di Perna. È giovane – ha 25 anni – e si è trovato subito a fare fronte a una crisi quasi senza precedenti. Per questo, anziché iniziare la raccolta delle olive, è sceso in strada. «E io sono fortunato, perché ho ereditato la terra. Se avessi contratto dei prestiti o fatto nuovi investimenti di recente – come tanti qui – oggi avrei dovuto chiudere», aggiunge.

L’ulivo di Puglia diventa piangente per la concausa di due fattori: da una parte c’è l’ingresso nel mercato degli oli prodotti all’estero – Tunisia, Grecia, Spagna, Marocco – alcune volte venduti come prodotti Made in Italy e comunque a costi più bassi. Dall’altra c’è il caro gasolio, che fa lievitare i costi di produzione. Una combinazione letale. Che diventa catastrofica in aree dove il sistema economico si basa sulla produzione di olio. A Ischitella, nel Gargano, «abbiamo 3.500 abitanti: circa 500 sono proprietari, il resto lavora nei terreni. Se chiudiamo noi olivicoltori crolla tutto», chiarisce Antonio Datoli. La sua è una delle storie più toccanti raccontate al casello: una moglie, una figlia e problemi enormi ad arrivare a fine mese.

«Noi abbiamo gli ulivi e una panetteria, e non riusciamo a coprire le spese. L’altro giorno mia figlia mi ha chiesto se poteva iscriversi in palestra quest’anno», continua Datoli, «la pallavolo è la sua passione. Io non ho potuto rispondere: sono andato in camera mia e ho pianto, perché non possiamo permettercelo». Sospiro. Datoli riprende: «Ho dovuto ritirare i buoni fruttiferi che i miei genitori avevano lasciato alla mia bambina. Cosa dovremmo fare quando diventerà più grande? E se ci chiede di andare all’università?». La politica adesso si è impegnata a imporre il Ddt (Documento di trasporto) in formato elettronico per combattere i prodotti di provenienza contraffatta. Non basta. «Ci servono aiuti, ma veri, perché così non ce la possiamo fare», aggiunge Datoli.

Al casello di Poggio Imperiale il tempo sembra essersi fermato. Nei campi non c’è più nessuno, le strade sono semivuote. Chi protesta e resiste si fa forza nella solidarietà del gruppo. Da giorni ci si dà il cambio per non interrompere il blocco, ma comincia ad aleggiare un po’ di stanchezza. Scene da superstiti di un’apocalisse. Anche le immagini dei supermercati sembrano da day after. Ad Apricena, nel Foggiano, un punto vendita di una grande catena è stato svuotato. Pane fresco, verdura, carne, surgelati: sugli scaffali non c’è più nulla. «Ci scusiamo per lo scarso assortimento dovuto ai blocchi dei trasporti in corso», si legge sui tanti avvisi che tappezzano l’attività. Lo stesso copione si ripete in decine di altri supermercati pugliesi. Anche tante pompe di benzina sono a secco. La Puglia messa in ginocchio da una mobilitazione spontanea, con l’appoggio della popolazione. Fibrillazioni in Sicilia, Campania, Basilicata. In Molise rischia di fermarsi la produzione della pasta Molisana. Effetto domino della guerra del gasolio.

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