Parte la guerra della semola: Molisana, Rummo e Garofalo ora tagliano la produzione

Lo sciopero dei camionisti colpisce anche le aziende di pasta prive di molino. Dietro la crisi ci sono i problemi logistici causati dai blocchi stradali in Puglia
PESCARA. La guerra dei mulini. Ma, a differenza di quella di Don Chisciotte, questa è una battaglia che ha effetti concreti e sta già lasciando un caduto sul campo: la pasta. Succede che, a causa dello sciopero degli autotrasportatori, lo stabilimento della Molisana, a pochi chilometri dal nostro Abruzzo, è costretto a tagliare la produzione. In Campania, Rummo sta facendo lo stesso. E anche un’altra importante azienda del settore, la Garofalo, sembra essere indirizzata sulla stessa strada. Dietro non c’è alcuna flessione della domanda. I problemi della filiera vanno cercati a monte: manca la semola di grano duro. Il fatto che non manchi la materia prima in senso assoluto – il grano riposa da giorni nei silos del Sud Italia – rende tutto più paradossale. E semplice: a oggi non c’è chi trasporta nelle fabbriche il grano duro macinato. È bastato qualche giorno di blocco dei tir per far scoprire al Paese di essere fragile in uno dei comparti più rappresentativi del Made in Italy.
Un passo indietro. Dal punto di vista degli ingredienti, la pasta è un prodotto semplice. Ne servono solo due: semola e acqua. Nelle fabbriche poi avviene il processo di lavorazione, che è complesso e può fare la differenza nel prodotto finito, ma di questa coppia non si può proprio fare a meno. Per garantire continuità alla produzione bisogna avere un impianto di macinazione. Ed è qui che si svela il tallone d’Achille nascosto della filiera italiana della pasta: molte aziende non hanno molini e si appoggiano a realtà esterne. Prendiamo le tre aziende sorelle che soffrono lo stop degli autotrasportatori: la Molisana è autosufficiente per il 50%, mentre Garofalo e Rummo non hanno molini di proprietà. Così, se i tir carichi di semola non arrivano a destinazione, gli stabilimenti sono costretti a fermarsi.
Anche perché il grano lavorato non si conserva a lungo: la semola deve essere utilizzata fresca, solitamente entro 24 ore dalla macinazione, pena la qualità del prodotto. Per fare la semola ci vuole il grano, che c’è ma è fermo nei silos. È a questo livello della filiera che la mobilitazione di autotrasportatori e agricoltori ha innescato il cortocircuito. Che non sarebbe di tali dimensioni se non si tenesse conto di un altro elemento: sette confezioni di pasta su dieci utilizzano semola che proviene dagli stessi molini, quelli della Casillo.
Corato, provincia di Bari. Nel 1958 Vincenzo Casillo fonda l’azienda che, con il passare degli anni, anche grazie all’ingresso in società del figlio Francesco, diventa un punto di riferimento del mercato cerealicolo italiano. È il gigante che vive all’ombra dei grandi marchi di pasta: un gruppo da un miliardo e mezzo di fatturato, ma che il consumatore vede raramente. Da qui normalmente partono i tir che distribuiscono la semola negli stabilimenti di tutta Italia. Ma questa è la normalità, appunto. E negli ultimi giorni lo straordinario è diventato ordinario. Da una settimana la Puglia è uno dei teatri principali delle mobilitazioni di autotrasportatori e agricoltori contro il caro carburanti. Foggia, Cerignola, Andria e Corato: i manifestanti hanno scelto di effettuare i blocchi stradali negli snodi strategici della logistica della distribuzione. Dove prima passavano decine e decine di tir al giorno, oggi non ne passa quasi nessuno. Così gli scaffali dei supermercati si svuotano e le aziende di pasta rimangono senza semola.
E i molini del Centronord? In numeri assoluti sono più di quelli presenti nel Sud, ma la prospettiva cambia se si distinguono i centri di produzione di grano tenero da quelli di semola, che per la gran parte sono concentrati proprio nel Meridione. Anche perché è sempre nel Mezzogiorno che si concentra la coltivazione della materia prima: il 30% dei terreni coltivati a grano duro sono in Puglia, seguita da Sicilia (20%), Basilicata (12%) e poi Marche, Molise, Abruzzo e Campania. Certo, i molini del Centronord potrebbero rifornirsi del grano duro che arriva via mare da Paesi Ue o extra Ue, ma dal punto di vista economico sarebbe svantaggioso. In tempi di caro carburanti, più trasporto significa costi in più: si innescherebbe un effetto a catena che andrebbe a colpire il prezzo finale del prodotto, già aumentato nel corso degli anni.
Le rilevazioni cambiano a seconda di come si redige l’analisi. Secondo Assoutenti, che ha lavorato sui dati dell’Osservatorio prezzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, è arrivata a 1,84 euro, con un aumento del 24,2% sul 2021. Il Centro Consumatori Italia si spinge fino a 2,19 euro per il 2026, partendo dagli 1,34 di cinque anni prima. Un ultimo dato interessante: sempre secondo il Centro Consumatori Italia, Pescara è la città dove la pasta costa di più in Italia. Il prezzo medio è 2,19 euro al chilo.
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