Scelte non chiare. Perché il debito resta un problema

15 Ottobre 2026

Il piano di Giorgetti spiegato nel vuoto del Parlamento.

Ma gli assenti non hanno tutti i torti: niente è definitivo

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti parla davanti a un’aula vuota: illustra il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) che è la base per la legge di Bilancio, ma ad ascoltarlo ci sono soltanto dodici parlamentari, che poi aumenteranno di poco nel corso dell’intervento.

In questi casi di solito ci si indigna contro gli assenteisti, per le molli abitudini della Casta che forse trova inaccettabile essere in aula alle nove del mattino. Però è giusto riconoscere che gli assenti hanno qualche ragione a snobbare il ministro: niente di quello che ha da dire è netto, definitivo.

Lo stesso Giorgetti, in premessa, spiega che di questi tempi le previsioni vengono aggiornate di settimana in settimana, dunque quello che è vero oggi potrebbe non esserlo fra un mese.

Al di là delle responsabilità del contesto, però, ci sono quelle del governo che offre molte informazioni, tutte tranne quelle essenziali.

Prendiamo il punto centrale della relazione, lo scostamento di bilancio: ovvero il deficit aggiuntivo rispetto al percorso indicato con la precedente legge di Bilancio, quella dello scorso anno che aveva, come sempre, un orizzonte triennale.

Il governo comunica, nel Dpfp, di voler attivare la clausola di salvaguardia nazionale per le spese per l’energia e la difesa. Significa - cioé - che vuole usare quasi 29 miliardi in due anni per finanziare investimenti che la Commissione europea considera coerenti con le priorità di tutta l’Unione europea e che dunque non verranno conteggiati, nell’immediato, per stabilire di quanto si deve ridurre il debito pubblico sulla base del nuovo Patto di stabilità e crescita.

Cosa vuole fare il governo con quei soldi? Dopo mesi di scambi con la Commissione europea, al momento non sappiamo molto.

In estate la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva provato a convincere la Commissione a usare quella flessibilità per finanziare gli sconti sulle accise per ridurre l’impatto della guerra in Iran sui carburanti.

Bruxelles ha detto ovviamente di no, perché sostenere il consumo di benzina e diesel non è un investimento per ridurre i pericoli da shock energetici, ma è solo un cerotto sulla ferita.

Il governo ha deciso di chiedere comunque il deficit, ma nella relazione al Parlamento scrive che quei soldi “andranno a famiglie e imprese nel rispetto delle indicazioni della Commissione”. Nient’altro.

Il riferimento più concreto è a nuovi investimenti ferroviari. Ancora. Dopo quelli miliardari del Pnrr: niente piace a una politica a corto di idee come finanziare nuove tratte dalla dubbia utilità ma dai costi ingenti.

Poi c’è la difesa: il governo Meloni continua a rinviare ogni decisione in merito, sapendo che non è la voce di spesa più popolare. In estate ha deciso di rinunciare a una parte dei soldi del prestito europeo Safe, prendiamo solo 8 miliardi su 14,9 prenotati, e quindi il resto andrà finanziato con deficit nazionale invece che indebitamento comune.

Adesso il Documento programmatico di finanza pubblica di Giorgetti comunica al Parlamento che l’Italia userà anche tutta la flessibilità per la difesa, cioè per il riarmo: altri 14 miliardi. Ma per cosa? Nei documenti il riferimento è a generiche “capacità operative e tecnologiche, in coerenza con gli obiettivi assunti in ambito Nato”.

Nella relazione trasmessa al Parlamento da Giorgetti, però, si legge che “gli interventi riguarderanno sia la componente corrente, con riferimento in particolare al personale, all’esercizio e alle esigenze operative, sia la componente in conto capitale, finalizzata alla realizzazione e - conclude il ministro-al rifinanziamento di programmi di investimento pluriennali”.

E qui c’è un problema potenziale, come ha notato l’Ufficio parlamentare di bilancio nella sua audizione: se si fa deficit per due anni, significa che i soldi sono disponibili solo in quel periodo, dunque dovrebbero finanziare investimenti o spese non ricorrenti.

Se si usano per il personale, che si tratti di assunzioni o aumenti di stipendio per i militari, poi bisognerà trovare nuove coperture. O si vuole rendere quel deficit permanente e quindi, ogni due anni, dover trovare almeno una parte dei 14 miliardi oggi finanziati in gran parte in deficit?

Qui vale la pena citare un’osservazione dell’Upb che è in contrasto con il dibattito politico, specie a sinistra, che si fonda sulla convinzione che l’Italia si sia convertita a una fantomatica economia di guerra.

La spesa per la difesa delle amministrazioni pubbliche italiane in rapporto al Pil, e non quella conteggiata a fini Nato che ha criteri più elastici, nel 2026 dovrebbe risultare pari all’1,2 per cento. In calo rispetto al 2025 e più bassa che nel 2021, prima dell’invasione dell’Ucraina, quando era 1,4 per cento.

Questo a conferma del fatto che l’Italia, semplicemente, non sta facendo riarmo massiccio, o almeno che le decisioni di spesa pluriennale prese per rafforzare difese ed equipaggiamenti ancora non si sono manifestate nei bilanci di Stato.

In altri termini, Meloni ha soltanto promesso di investire sulla difesa, ma non lo ha ancora fatto. Ora chiede al Parlamento e alla Commissione europea risorse in deficit, ma non spiega cosa intende farci.

I conti pubblici che Giorgetti presenta, infatti, hanno una caratteristica che sembra sfuggire alle opposizioni, sempre pronte solo a contestare mancati aumenti di spesa sociale o sanitaria.

Il vero punto critico nel Documento programmatico di finanza pubblica che il ministro ha illustrato a un Parlamento vuoto è la totale assenza di ogni margine di azione per il prossimo governo.

Mani legate. L’esecutivo si appresta a lasciare in eredità conti tutto sommato sotto controllo, a meno di sorprese sui mercati finanziari, ma soltanto perché ha usato in due anni la flessibilità pensata per rendere sostenibile un aggiustamento del debito spalmato su sette anni.

Nel 2027 l’Italia non ha margini per aumentare la spesa netta, che già crescerà dell’1,9 per cento - al netto della clausola di salvaguardia - come richiesto dal Consiglio europeo, e per 2028 e 2029 c’erano margini piccoli per deviare, 0,3 e 0,2 per cento di aumento della spesa netta, e il Documento del governo già li usa per gli obiettivi indicati.

Chiunque sarà il prossimo ministro dell’Economia, che si tratti di Giorgetti o di qualcuno oggi all’opposizione, è bene che venga scelto con una certa esperienza in materia di tasse e tagli, perché non potrà spendere un euro in più rispetto al sentiero tracciato da Giorgetti senza procurarsi coperture vere.

Ed ecco il vero problema: non tanto rispettare gli impegni con la Commissione europea, quanto evitare di attirare l’attenzione dei mercati finanziari. Oggi l’Italia non è considerata il Paese più a rischio, gli Stati Uniti e la Francia sono quelli che scontano il maggior scetticismo.

Ma come ha confermato il nuovo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale, siamo tutti su una traiettoria pericolosa: nel 2027 il mondo avrà circa lo stesso livello di debito che nel 2021, dopo il Covid, con la differenza che adesso non siamo nel pieno di una pandemia.

In tutti i Paesi che potevano permetterselo i governi hanno usato, in questi anni, la finanza pubblica per assorbire gli shock geopolitici che hanno colpito uno dopo l’altro le nostre economie: guerra in Ucraina, crisi energetica, guerra in Iran, nuova crisi energetica.

Il risultato è che l’indebitamento di alcuni Paesi inizia a sembrare insostenibile, in un momento nel quale le banche centrali sono costrette a tenere tassi alti o alzarli per contrastare l’inflazione, mentre durante la pandemia potevano attuare politiche monetarie espansive per sostenere l’economia e rendere il debito più conveniente.

Di fronte a questo scenario, Giorgetti si limita a sottolineare l’ovvio: “ci sono nuvole all’orizzonte”. Ma non chiarisce se potremo permetterci l’ombrello o almeno una giacca impermeabile.