S.Francesco, un uomo semplice “trasformato” dalla storia

10 Ottobre 2026

Dall’opera di Tommaso da Celano a Bonaventura ecco come è stata riscritta la sua vita

Per capire lo spessore storico-spirituale e la verve “rivoluzionaria” di San Francesco, uno storico deve consultare le fonti per scorgerne continuità e rottura nella visione che il santo d’Assisi ha generato nella sua epoca e nelle generazioni immediatamente successive. Eppure, approfondendo questo filone, ci si imbatte quasi in un’aporia storiografica, osservando come l’Ordine dei frati minori abbia rielaborato nell’arco di circa 40 anni l’immagine ufficiale del proprio fondatore. È una storia che dall’Umbria arriva fino in Abruzzo, in particolare a Celano, sede natale di fra Tommaso da Celano, il primo biografo ufficiale di Francesco. Ma prima di arrivare ai suoi scritti, è opportuno fare un passo indietro di circa 15 anni.

GLI SCRITTI DI FRANCESCO

Il primo a darci testimonianza del suo pensiero è stato Francesco stesso, attraverso le due Regole ed una serie di scritti epistolari rivolti ai suoi frati e non solo. Il santo d’Assisi, dopo la conversione, inizia ad impostare la propria vita sull’insegnamento del Vangelo, attraendo diversi giovani ai medesimi ideali. Così si forma una piccola comunità iniziale di circa otto frati, desiderosi anche di strutturarsi nella comunione quotidiana. Passano gli anni e Francesco, dopo aver ricevuto segnali di incoraggiamento da parte di Papa Innocenzo III (1198-1216), propose al suo successore Onorio III (1216-1227) una prima Regola, definita poi Regula non bullata (1221) in quanto non ottenne l’approvazione pontificia poiché non ancora intessuta di una veste organica, ma intrisa di citazioni bibliche e dello spirito originario e profetico di Francesco. Solo due anni dopo (29 novembre 1223) Onorio III approvò con la bolla Solet annuere la Regola definitiva, molto più sintetica (passò da 23 capitoli a 12) e scritta con un linguaggio giuridico e formale, sotto la supervisione del cardinale Ugolino di Ostia (il futuro papa Gregorio IX) per tutelare e "disciplinare" il grande numero di frati ormai presenti nell'Ordine. Già da questo primo passaggio si può notare un elemento che poi sarebbe risultato decisivo nella memoria scritta delle prime generazioni francescane, in una tensione costante tra l’universalità del messaggio di Francesco ormai propagatosi in tutta Europa e l’essenzialità di vita di quel “Poverello” con i suoi primi discepoli.

LA BIOGRAFIA DI TOMMASO

Ma una figura così grandiosa spinge molti curiosi a conoscerla, specialmente dopo la morte sopraggiunta tra il 3 e il 4 ottobre 1226. Così, anche per non disperdere la memoria storica dei suoi primi seguaci, mentre l’Ordine prolifera in lungo e in largo, lo stesso Gregorio IX, che canonizzò Francesco nel 1228, affidò a Tommaso da Celano, uno dei frati della vecchia guardia, il compito di redigere una biografia completa del santo e già il 25 febbraio 1229 approvò il suo lavoro. Conosciuto agli inizi come Vita prima, oggi si preferisce usare Vita beati Francisci. Lo stesso frate abruzzese, nel suo incipit, spiega che «poiché nessuno può ritenere a memoria tutte le opere e gli insegnamenti di lui (Francesco, ndr), mi sono limitato a trascrivere con fedeltà almeno quelle cose che io stesso ho raccolto dalla sua viva voce o appreso dal racconto di testimoni provati e sinceri, stendendole nel miglior modo che mi è stato possibile, sebbene tanto inferiore al merito del soggetto». Dunque, scorrendo le pagine di questo manoscritto, emerge chiaramente un racconto vissuto in presa diretta, volto a far trasparire soprattutto il lato umano del santo d’Assisi dall’infanzia vissuta negli agi, ai primi combattimenti spirituali fino alla conversione e all’avvio dell’Ordine. Un santo concreto, che ride, che piange, che ha paura, che soffre la fame e la sete e che incoraggia i suoi compagni come un padre.

Ma qui emergono le prime “fruizioni”. «Abbiamo deciso di raccontare non i miracoli, che non fanno la santità ma la manifestano, ma piuttosto l’eccellenza della sua vita e l’assoluta sincerità del suo modo di vivere, e perciò li omettiamo, perché sono troppi», dichiara Tommaso nella prima versione, ma evidentemente non bastava: e così, nel 1244 il nuovo ministro generale Crescenzio da Jesi pubblicò una circolare invitando i frati che avevano conosciuto Francesco a comunicare le notizie in loro possesso sui miracoli del santo. In seguito a questa iniziativa frate Rufino, uno dei primi compagni, e altri francescani della prima ora, frate Leone e frate Angelo, inviarono al ministro generale i loro ricordi, accompagnati da una lettera datata da Greccio l’11 agosto 1246. Anch’essi, però, pensavano con Tommaso, e lo ripeterono alla lettera, che i miracoli manifestano la santità ma non la fanno; perciò decisero autonomamente di non includere soltanto gli episodi miracolosi, ma più in generale i suoi detti e fatti esemplari. Si delinea a questo punto abbastanza chiaramente l’impressione di una frattura fra i vecchi compagni di Francesco, che desideravano rievocare l’uomo e la sua vita, e un mondo attorno a loro che era ansioso innanzitutto di saperne i miracoli. Iniziano a proliferare una serie di scritti che, in un certo senso, completano e “sostituiscono” il lavoro certosino del frate di Celano che nel 1246-1247 pubblica una Vita seconda raccogliendo elementi non inseriti nella prima. Ma non finì lì, perché Giovanni da Parma, subentrato nel 1247 a Crescenzio da Jesi, trovò che la nuova opera, benché amplissima, era ancora un po’ debole quanto a miracoli. Tommaso si rimise al lavoro per l’ennesima volta, e rimaneggiò il Memoriale aggiungendo una robusta appendice, che chiamiamo per convenzione Trattato dei miracoli, così da soddisfare definitivamente le richieste di chi voleva conoscere soprattutto l’attività taumaturgica del santo. Ma con il sopraggiungere degli anni Sessanta, arrivò un cambiamento radicale nella temperie spirituale attorno all’Ordine.

ARRIVA BONAVENTURA

Diventato ministro generale nel 1257, san Bonaventura da Bagnoregio, uno dei teologi più illustri del Basso Medioevo, ritenne necessario mettere un punto sulla vicenda agiografica del Santo d’Assisi: non solo il capitolo generale riunito a Narbona (1260) decretò che di tutte le Legende esistenti su san Francesco “se ne compili una buona”, implicitamente squalificando quelle già disponibili, o comunque criticandone la polifonia, ma soprattutto si dichiara «che tutte le Legende di san Francesco scritte in passato siano distrutte, e che quando potranno trovarne al di fuori dell’Ordine, i frati si sforzino di rimuoverle; perché la Legenda che è stata scritta dal ministro generale contiene ciò che ha udito dalla bocca di coloro che furono quasi sempre con san Francesco, e che sapevano tutto con certezza, e ogni cosa verificata è stata fedelmente trascritta». Nasce così la Legenda maior e, come conferma lo storico Alessandro Barbero nel suo ultimo saggio (San Francesco, Laterza edizioni, 2025, 448 pp., euro 20), «i frati dovevano andare nelle biblioteche dei loro conventi, tirar fuori tutte le biografie di Francesco precedenti alla Legenda maior e distruggerle; e siccome manoscritti di quelle biografie si trovavano certamente anche nelle biblioteche di altri ordini religiosi, ai quali non si poteva mandare una circolare del genere, perché l’avrebbero cestinata, i frati dovevano cercare quei manoscritti e farli sparire. L’ordine non valeva solo se si fossero imbattuti per caso in uno di quei testi, ma ingiungeva di mettersi alla loro ricerca, ovunque potessero trovarli. Nella sua inaudita drasticità, la disposizione del capitolo di Parigi ci dà la misura di quanto fosse diventata drammatica la battaglia per la memoria del fondatore».

LE NUOVE SCOPERTE

Solo a partire dalla fine del Seicento gli eruditi europei cominciarono a riscoprire quelle fonti in qualche biblioteca dove erano state dimenticate, e a pubblicarle, inizialmente senza troppo rumore; finché, alla fine del XIX secolo, non divenne lampante che tutto quello che si credeva di sapere di san Francesco doveva essere rimesso in discussione. «Dalla fine dell’Ottocento ad oggi, quella che fu subito battezzata la “Questione francescana” ha fatto versare fiumi d’inchiostro, come scopriranno quei lettori che vorranno avventurarsi nella lettura delle note: dove sono esaminate le grandi questioni filologiche e soprattutto interpretative su cui gli studiosi sono tuttora divisi. L’unico punto su cui regna un accordo indiscusso, è che tutte le fonti che raccontano la vita di san Francesco sono gravate da una pesante ipoteca interpretativa: ogni autore ha costruito una sua immagine del santo, influenzata non soltanto dalle informazioni di cui disponeva, ma dalle sue convinzioni su chi doveva essere stato il fondatore dell’Ordine dei minori», commenta lo stesso Alessandro Barbero.

SGUARDI DIFFERENTI

Comparando la versione di Tommaso con quella di Bonaventura si palesa una differenza sostanziale: il primo traduce in parole l’esperienza terrena e prossima di Francesco, Bonaventura scrive circa 40 anni dopo i fatti, un lasso di tempo durante il quale l’Ordine è diventato una realtà significativa e in cui i nuovi aderenti cercano un modello di riferimento per la santità, corroborata dai miracoli e dall’esclusività di questo uomo divenuto santo. Tommaso dimostra di aver camminato fianco a fianco lungo i sentieri solcati da Francesco, condividendone ogni singolo aspetto e pensiero, insieme ai frati della prima generazione. Bonaventura, invece, restituisce l’immagine di un simbolo, traccia una linea tra povertà e sapienza, scrive che Francesco è “alter Christus” perché chi legge non si accontenti dell’aneddoto ma cerchi il disegno divino. Dov’è la verità? Esulando da uno sguardo puramente di fede, il meccanismo letterario potrebbe presentare assonanze con quanto accaduto per la formazione scritta dei Vangeli. Leggendo i quattro testi canonici e, confrontando il Vangelo di Marco con quello di Giovanni, chi è un po’ esperto di critica ermeneutica, scopre che il primo, più vicino ai fatti storici (redatto intorno agli anni Cinquanta del primo secolo), trasmette l’immagine di un Gesù maestro molto umano, con tutte le sue sfumature psicologiche (dal pianto, al riso, alla compassione, alla rabbia), quasi come fosse scevro di impalcature teologiche, contrariamente al IV Vangelo che si apre proprio con un inno cristologico di rara fattura, essendo stato elaborato a distanza di almeno cinquant’anni dalla morte di Gesù di Nazareth. E forse, allora con questo parametro, si può cogliere la sfumatura dal racconto “storico” di Tommaso e quello “teologico” di Bonaventura.

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