Tra i campi del Sud condannati a essere concimati dalla fame

Il comportamento della stampa italiana in questa occasione credo che sia il punto più basso toccato dalla nostra professione
FOGGIA. «Ignoriamoli, si stancheranno e torneranno a casa», avranno pensato. In fondo, la protesta, i blocchi stradali, danneggiano solo loro. E “loro” sono coltivatori e camionisti del Mezzogiorno, gente che non fa notizia, perché a sud del Garigliano. Ma loro non hanno smesso, le scansie dei supermercati sono vuote, con qualche frutto naufrago a marcire in solitudine come in “negozi del popolo” di sovietica memoria. Ma i consumatori non si scagliano contro chi ferma il traffico e le merci, o disperde al suolo gli ortaggi, perché non te li pagano manco i soldi che costa raccoglierli. Al contrario, solidarizzano con agricoltori e camionisti portati alla fame da speculatori e troppi passaggi di mano della Grande distribuzione organizzata e da scelte europee e governative: portano panini, dolci, vino, caffè a chi fa le nottate agli snodi stradali da bloccare. Un segnale politico forte.
Per capirlo bene, forse bisogna ripescare la spiegazione che nel 1861 dette Vincenzo Padula, grande intellettuale calabrese, giornalista, prete, filosabaudo e antiborbonico, sulla guerriglia che sorse con l’invasione piemontese del Regno delle Due Sicilie: «Si ha il brigante, quanto uno usa la violenza per riempirsi la pancia. Si ha il brigantaggio, quando le ragioni di quella violenza sono condivise dal popolo». Il giorno che cominciò questa sollevazione pacifica, incredibilmente ordinata, mi ci trovai dentro per combinazione: dovevo andare a Orta Nova, per un colloquio pubblico con studenti e un gruppo di lettura. La fila dei camion dalla Capitanata al Molise era lunga decine di chilometri, a volte con tratti interrotti, per poi riprendere: la statale, l’autostrada, tutto. Il navigatore mi fece fare un giro da ubriachi, per stradine campestri (e pure lì, ogni tot, file di camion), ma alla fine arrivai a Orta Nova.
Il giorno dopo, appena sveglio, cominciai a sfogliare i grandi quotidiani, per leggere in che modo raccontavano quella odissea e la sollevazione di popolo condivisa dal popolo. Niente in prima pagina! Ma dai... una cosa del genere. Ok, cominciai a fare il giornalista 57 anni fa, forse qualcosa deve essere cambiato e non me ne sono accorto. Boh! Pagine interne, l’odissea d’asfalto “dei nostri inviati”? Urca, zero. Non è possibile. Una cosa del genere e un direttore, se cotanta disattenzione è avvenuta in sua assenza, cava la pelle di dosso all’intera redazione. Ripercorro tutte le pagine, borbottando che forse sono stati capaci di metter appena una notiziola. Nulla, manco quella! Giuro: ho guardato la data del quotidiano. Non era del giorno prima. Ho controllato gli altri, quattro o cinque: zero. Ho smesso di cercare. Ho acceso la tv: nemmeno i telegiornali. Una follia collettiva.
E niente il giorno dopo e quello dopo... Roba da restituire la tessera all’Ordine dei giornalisti. Il comportamento della stampa italiana in questa occasione credo sia il punto più basso finora toccato dalla nostra professione. Ma non si deve disperare: si può ancora scendere. È vero che l’Italia è solo al 56mo posto nella classifica mondiale della libertà di stampa, dietro Paesi africani che nel parlare comune sono citati per indicare un paragone di inciviltà, ma riusciamo a superare noi stessi facendo peggio di loro.
Ci son volute ulteriori proteste, raccolte firme, interrogazioni parlamentari: la senatrice Gisella Naturale, di Torremaggiore, cittadina nel cuore pugliese della protesta, fra Monti Dauni e Tavoliere. Ma lo stesso e anche più è avvenuto in Calabria, in Sicilia, nel resto del Sud, prima che si osasse mettere al corrente gli italiani di cosa ha spezzato il Paese in due. Quando c’era la dittatura, i giornali tacevano per ordine “superiore”. Ora anticipano il maggior volere e il servilismo più disgustoso è della tv di Stato, la Rai, pomposamente detta “La più grande industria culturale” italiana. Siamo costretti a pagarla, per farci indottrinare dalla più grande macchina di propaganda governativa. E lo schifo maggiore è in come racconta il Sud.
Due sociologi dell’Università di Lecce, il veneto Stefano Cristante e la salentina Valentina Cremonesini hanno analizzato le trasmissioni Rai e i “telegiornali” (...vabbuò, quella roba là) per trent’anni. È venuto fuori che al Mezzogiorno, 41 per cento del territorio e 34 per cento della popolazione nazionale, si dedica il 9 per cento del tempo. Non solo, ma di quel 9 per cento, la quasi totalità è mafia, malasanità, e persino fatti positivi, presentati in modo negativo. Verrebbe da dire che della protesta degli agricoltori, non parlandone, han voluto fare un favore... Ora ci si chiede “chi c’è dietro”, chi tira i fili. Ovvio che qualche politicante cerca di infilarcisi, che alcuni sindacati si sono mossi (tardi) per dare ordine a quel che accade e non restarne esclusi. Ma la verità, banalissima, è che conta pochissimo trovare chi e se ha buttato il cerino: se il fuoco divampa, è perché tutta quella paglia aspettava solo la scintilla.
Gli agricoltori del Sud hanno tutte le ragioni. Lo stupore non è che si sollevino, ma che solo ora lo facciano. Nel nostro Mezzogiorno si produce dal neolitico (vedi Jared Diamond “Armi, acciaio e malattie”) molto del meglio che ci sia al mondo, da portare a tavola. Eppure, questo diviene una condanna, invece di una ricchezza. Perché il Sud è colonia della economia del Nord, anche agricola. Basterebbe l’esempio del grano Senatore Cappelli: pur di rubarlo al Sud, ora lo coltivano al Nord, dove viene malissimo, perché sopra una certa latitudine, non dà i risultati che lo rendono pregiato.
E questo sembra preludere allo scippo della Cun (Commissione unica nazionale) del grano, che ne fissa il prezzo e, a norma di regolamenti, spetterebbe a Foggia. Sarebbe la sola nel Mezzogiorno: tutte le altre sono fra pianura Padana ed Emilia. Ma sono anni che traccheggiano, e qualche mese fa l’hanno “appoggiata” a Roma, magari in attesa di “girare” pure questa al Nord, pare a Bologna. Così si butta giù sino a venti centesimi al chilo il grano buono del Sud, ovvero meno dei costi di produzione, e si compra a prezzo più alto grano che per legge non può esser dato ai porci in Canada, facendo fallire i nostri agricoltori, che abbandonano i campi. E quando si fece un accordo europeo con la Cina, per tutelare 100 prodotti agricoli continentali, ben 26 erano italiani, ma solo uno del Sud.
E quando l’allora ministro all’Agricoltura Luca Zaia, Lega Nord, fece l’accordo commerciale con il Canada, impose che l’olio d’oliva da vender loro fosse veneto: 0,4 della produzione italiana (quindi costretti a comprarlo altrove e spacciarlo per veneto?). Ridicolo, se non fosse un’infamia. Ma l’olio d'oliva è quasi interamente prodotto a Sud. Solo in Puglia ci sono 60 milioni di ulivi dei 180 milioni di tutt’Italia. Uno dei produttori del pregiatissimo olio di parenzana, che può essere venduto a prezzi altissimi, nel chiudere il contratto con un compratore del Nord, si sentì dire: «Ops, ma lei è pugliese, l’olio è pugliese. Allora mi spiace, non posso pagare più di 4 euro a litro», per un accordo di monopolisti contro il Sud. E si importa olio, per accordi italiani ed europei da Africa e Sud America, senza i controlli richiesti ai nostri. Compriamo monnezza e buttiamo oro.
Questa sollevazione meridionale fa paura, perché sembra fecondata da uno spirito che aleggia ovunque: dagli studenti francesi, agli spagnoli incazzati, agli statunitensi contro la milizia trumpiana dell’Ice. Gli agricoltori del Sud hanno cominciato, i camionisti si sono aggiunti, gli studenti pure, il popolo consente, per il carburante che costa più del vino per le accise di cui era stata promessa l’abolizione, come il calo delle tasse (cresciute) la riduzione dell’età pensionabile (aumentata), eccetera. E gli agricoltori sono diventati i nuovi eroi. “Temete l’ira dei mansueti”, avverte la Bibbia. I campi del Sud sembrano condannati a esser concimati dalla fame, dai poveri: una volta i nostri braccianti, poi gli extracomunitari, ora i neri. E adesso la povertà indotta dei padroni della terra, che una volta erano signori. È forse cominciato qualcosa di cui stiamo leggendo solo i primi righi.
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