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9 MAGGIO

Oggi, ma nel 1997, a Roma, nella città universitaria della Sapienza, un colpo di pistola calibro 22, feriva alla testa la studentessa di Giurisprudenza Marta Russo, romana, di 22 anni, che morirà cinque giorni dopo, ossia il 13 maggio, nel policlinico Umberto I. La vittima (nella foto, particolare) tra l’altro ex campionessa regionale del Lazio di scherma, alle 11.42, passeggiava, con l’amica Jolanda Ricci, tra le facoltà di Scienze statistiche, Scienze politiche e Legge. Il proiettile era a punta cava, camiciato e composto da solo piombo, verosimilmente sparato da una pistola o carabina dotata di silenziatore. Tecnicamente penetrava la nuca dietro l’orecchio sinistro, frantumandosi in undici pezzi che provocavano danni irreversibili. L’omicidio diverrà un caso di enorme clamore, non solo nel Belpaese, connotato da varie teorie sull’esecuzione e da una verità giuridica non scevra da perplessità da parte dell’opinione pubblica. Il tortuoso iter giudiziario porterà, il 15 dicembre 2003, alla condanna, da parte della V sezione penale della Corte di cassazione, di Giovanni Scattone, capitolino, classe 1968, assistente di Filosofia del diritto, a 5 anni e 4 mesi di reclusione, quale esecutore materiale “colposo” e, Salvatore Ferraro, originario di Locri, in provincia di Reggio Calabria, del 1967, anche lui avente lo stesso incarico accademico al tempo del fatto di sangue, a 4 anni e 2 mesi, per favoreggiamento. Ugualmente ondivaghe saranno, per l’episodio di cronaca nera, le ragioni dietro l’esplosione del colpo: quella accidentale e quella della ricerca del cosiddetto “delitto perfetto”.