Sigaretta in bocca alla figlia di tre anni e calci per un «buongiorno» sgradito: orrore nel Vastese

5 Ottobre 2026

Un 33enne non potrà più avvicinarsi alla piccola, all’altra bimba e alla moglie: è accusato di maltrattamenti e abusi sessuali. Botte alla pancia della donna quando era incinta, le aggressioni anche per la pasta insipida: «Ti taglio la testa e ti do fuoco»

VASTO. Una sigaretta spinta a un soffio dalle labbra di una bambina di tre anni. «Fuma», le diceva, beffardo e crudele. Poi la violenza, brutale e insensata: un calcio sferrato alla piccola per punire la colpa più assurda, l’imperdonabile affronto di avergli sussurrato «buongiorno» appena scesa dal letto. L’orrore si è consumato nel chiuso di una casa del Vastese, dove un uomo di 33 anni ha trasformato in un incubo la vita della moglie e delle figlie. Ora l’ordinanza del giudice Anna Rosa Capuozzo, dopo le indagini dei carabinieri, ha messo fine ai tormenti: non potrà più avvicinarsi alla donna e alle bambine. Le accuse descrivono un campionario di atrocità che vanno dai maltrattamenti in famiglia alla violenza sessuale. Addebiti pesantissimi che il genitore, difeso dall’avvocato Alessandro Cerella, potrà respingere nel corso dell’interrogatorio di garanzia.

La denuncia della vittima – ritenuta dal magistrato «credibile e veritiera» – racconta una quotidianità di sistematica sopraffazione. Un baratro esploso quasi subito dopo le nozze. I primi due anni sono stati segnati da un clima aspro, alimentato dall’abuso smodato di alcol da parte dell’uomo. Una furia cieca che non ha risparmiato la consorte nemmeno nel momento di massima vulnerabilità. All’ottavo mese di gravidanza, la donna è stata aggredita due volte: schiaffi, spintoni, percosse dirette alla pancia da un marito ubriaco. Pur avendo poi smesso di bere, l’indole prevaricatrice non si è mai spenta. Con la nascita della primogenita, le vessazioni si sono intensificate, trascinando la bambina in un gorgo di abusi. Stessa drammatica sorte per la seconda figlia, che ha da poco compiuto un anno, finita ben presto nel mirino dei suoi schiaffi.

La violenza domestica ubbidisce a logiche di dominio spietate. Ogni pretesto era la scintilla per l’esplosione. La pasta poco salata o una pettinatura delle bambine non gradita scatenavano l’inferno. Venti volte, in poco più di quattro anni, la donna ha subìto l’umiliazione di mani e piedi alzati contro di lei. A questo si aggiungeva l’annientamento psicologico, metodico, quotidiano: «Mongoloide», «deficiente», «handicappata». Parole scagliate per demolire, per azzerare l’autostima. L’isolamento era lo strumento di controllo. Le impediva di uscire, le negava le amicizie, le perquisiva il cellulare. Una cella senza sbarre, un dominio esteso con prepotenza anche alla sfera sessuale: cinque o sei i rapporti intimi non consensuali subìti, in totale sottomissione, dopo il matrimonio.

In questa angoscia invisibile all’esterno, la donna non ha mai telefonato al 112 o al 118. Il suo silenzio era dettato dal terrore delle ritorsioni, un bavaglio tipico di chi vive sotto assedio. Ad aggravare lo scenario, la marginalità. Entrambi disoccupati, vivevano di sussidi statali, ma le carte prepagate restavano tutte nelle tasche dell’indagato. La privava di ogni autonomia materiale, rendendo la fuga un miraggio. E le figlie crescevano respirando quel veleno: ai loro pianti o ai capricci naturali, il padre rispondeva con pugni e minacce. Un pugno al labbro della primogenita, due mesi prima della denuncia, è solo uno dei tasselli di questo mosaico di ferocia.

Le minacce di morte erano l’orizzonte abituale. «Ti taglio le gambe, ti taglio la testa, ti ammazzo», «ti sparo al muso, ti do fuoco». Follia pura che non conosceva argini. Ma c’è un episodio che racconta, in modo grottesco, i nostri tempi e il clima instaurato in quell’appartamento. È lo scorso 5 settembre. L’uomo doveva fare una diretta su TikTok. Pretendeva il silenzio assoluto. Ha intimato alla moglie di non fiatare, minacciando di massacrare lei e le bambine se l’avessero disturbato. Il delirio di onnipotenza a favore di smartphone: il terrore imposto alla famiglia pur di non rovinare un’esibizione sui social.

Quella stessa sera ha segnato l’inizio della fine. Dopo l’ennesimo litigio, l’uomo ha sferrato un pugno alla fronte della consorte e ha strattonato con violenza la primogenita. Il mattino seguente, il 6 settembre, la corda tesa per anni si è definitivamente spezzata. La donna era stremata. Il colpo di grazia è arrivato di prima mattina. L’indagato, infastidito da quel «buongiorno» bisbigliato dalla figlia di tre anni, l’ha colpita a freddo con un calcio. È stato in quell’istante che la madre ha trovato la lucidità per reagire. Ha preso le bambine, ha varcato la soglia di casa e non si è voltata indietro. Ha oltrepassato la porta della caserma dei carabinieri e ha denunciato tutto.

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