Addio John Hurt il baronetto che fu l’Uomo Elefante

ROMA. E’ morto a Londra all’età di 77 anni l’attore britannico di cinema e teatro John Hurt, che nel 1980 ottenne la nomination all’Oscar come attore protagonista di «The Elephant Man» di David Lynch....
ROMA. E’ morto a Londra all’età di 77 anni l’attore britannico di cinema e teatro John Hurt, che nel 1980 ottenne la nomination all’Oscar come attore protagonista di «The Elephant Man» di David Lynch. Malato da quasi due anni di tumore al pancreas, aveva continuato a recitare anche con un ruolo in «Jackie», il film su Jacqueline Kennedy. Tra le decine di film di successo in cui era comparso ci sono «Alien» del 1979, «Indiana Jones», «V per vendetta», «Midnight Express» e «Harry Potter e la pietra filosofale» in cui era Garrick Olivander, il costruttore di bacchette magiche. Artista versatile, aveva ricevuto una nomination agli Academy Awards anche come attore non protagonista in «Fuga di mezzanotte» del 1978.
John Vincent Hurt, commendatore e cavaliere dell'Impero Britannico per meriti artistici, è stata una tra le ultime stelle di quella magnifica generazione di attori inglesi che tra teatro e cinema hanno lasciato il segno, dagli anni '60 in poi. La sua dote maggiore era però l'understatement, la fuga costante dalla gigioneria del mattatore, anche se istrione lo era sul set e in palcoscenico, mago delle trasformazioni e dell'autoironia, tanto da definire David Niven come il suo modello e Alec Guinness il faro che lo aveva ispirato, fin dalla visione - da bambino - del suo Faggin in «Oliver Twist» di David Lean. «Recitare», disse una volta, «è il modo degli adulti di giocare agli indiani e ai cowboy: fingere, immaginare, far cadere nella tua trappola gli spettatori e restare credibili».
È apparso sullo schermo 204 volte tra cinema e televisione e quando non si vedeva il suo volto c'era la sua voce (è stato tra i più ricercati a Hollywood per questo) ad ammaliare, come quando fu un memorabile Aragorn per la versione disegnata del «Signore degli Anelli» di Ralph Bakshi (1978). Ha anche il record del maggior numero di morti sullo schermo: una quarantina come si conviene a chi, con un fisico fragile e un tratto marcato da antagonista, può essere sacrificato nella finzione cinematografica. Era britannico fin nelle ossa, ma oggi l'America lo celebra come un «attore transatlantico» per quella capacità mimetica tutta sua di calarsi in personaggi diversissimi tra loro, modificando i lineamenti, la voce, l'accento. Con l'Italia (paese da lui amatissimo) ebbe due singolari incontri: da giovane in «La linea del fiume» di Aldo Scavarda nel 1976 e poi con Alessandro Baricco che lo volle per il suo «Lezione Ventuno» del 2008.
Nella vita è stato un irrequieto e un ribelle: sposato quattro volte, due volte padre, restò fedele solo alla modella francese Marie-Lise Volpeliere-Pierrot che non sposò mai fino alla tragica morte di lei per una caduta da cavallo nel 1983. «Corriamo tutti verso la morte - ha detto - e non importa quando grandi siano stati i nostri pensieri e i nostri atti. La sola cosa che possiamo fare è realizzare al meglio ciò per cui siamo fatti».
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