Addio Rush, “King of the hill” del Chicago blues

Il leggendario chitarrista che suonava con “la mano del diavolo” senza invertire le corde aveva 84 anni
ROMA. Non suonava solo la “musica del diavolo”. Lo faceva anche con “la mano del diavolo”. Otis Rush, chitarra leggendaria del Chicago Blues, era mancino. Come Jimi Hendrix, Toni Iommi o Paul McCartney. Ma suonava la sua Epiphone Riviera in maniera anomala: semplicemente girandola, senza invertire l'ordine delle corde.
Le sue note stirate, vibrate e prolungate nascevano dunque in un mondo capovolto, quasi come un Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll. Un altro grande bluesman suonava come lui: Albert King, l'unico mancino dei tre “king” della sei corde, insieme a B.B. King e Freddie King.
Otis si è spento a 84 anni a Chicago, la città che lo aveva accolto e adottato nel 1948. Lui, il ragazzo del Mississippi, catapultato nei fumosi club del South Side, con il suo Stetson da cowboy calzato dritto in testa e la chitarra sfacciatamente imbracciata alla rovescia, si è fatto presto un nome. Con uno stile che in qualche modo ricordava quello di Buddy Guy o di Magic Sam, Rush è stato una figura chiave nella definizione del “West Side Sound” di Chicago negli anni '50 e '60, modernizzando il tradizionale blues del Delta e inserendo nella composizione sonorità amplificate, molto più vicine a quelle del jazz.
Uno stile che ha fortemente influenzato molti tra i chitarristi che sul finire degli anni 60 hanno riscoperto il blues per traghettarlo nell’empireo del rock, da Mike Bloomfield a Eric Clapton, da Carlos Santana fino a Jimmy Page. La sua prima incisione per la Cobra Records, “I Can not Quit You Baby” ha scalato immediatamente la classifica R&B di Billboard, assestandosi in sesta posizione e regalandogli la fama.
Lui però preferiva i locali giù in città, il calore del suo pubblico, l’atmosfera insostituibile del live. In un club del West Side o per un tutto esaurito in Europa o in Giappone, poco importava. «A Chicago lui era il “King of the Hill”, il signore indiscusso», ricorda il suo manager storico Rick Bates. «Dalla fine degli anni '50 fino ai '70, e persino negli anni '80, nessuno ha suonato come lui dal vivo». Una scelta che ha in qualche modo pregiudicato il suo successo. «A lui piaceva così», spiega ancora Bates, «usciva e andava dritto a suonare. Finiva, metteva la chitarra nella custodia e se ne tornava a dormire nel suo letto. Il business non è mai stato il suo forte». Rush, sopravvissuto a sua moglie Masaki, aveva 8 figli e numerosi nipoti e pronipoti. Ha vinto un Grammy Award per la migliore registrazione blues tradizionale nel 1999 con “Any Place Ìm Going”, ed è stato inserito nella Hall of Fame della Blues Foundation nel 1984. L’ultima apparizione risale al 2016, quando si è affacciato sul palco del Chicago Blues Festival in sedia a rotelle e visibilmente provato. Ma senza rinunciare, con il suo Stetson nero in testa e un paio di occhiali scuri, a salutare per l'ultima volta il suo pubblico.
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