Al Florian va in scena Agota Kristof

Anna Paola Vellaccio diretta da Arcuri in “La chiave dell’ascensore”
PESCARA. Riparte da Pescara per una tournée che lo porterà in importanti teatri italiani, lo spettacolo “La chiave dell’ascensore” di Agota Kristof, una coproduzione Florian Metateatro / Css-Accademia degli Artefatti, traduzione di Elisabetta Rasy, con Anna Paola Vellaccio e l’allestimento e la regia di Fabrizio Arcuri.
Nel calendario della rassegna Teatro d’Autore ed altri linguaggi, questo strepitoso monologo tutto al femminile scritto nel 1977 dalla drammaturga ungherese naturalizzata svizzera, andrà in scena nel teatro off di via Valle Roveto domani, 5 marzo, alle ore 20,45 . Il palco è una stanza che gli spettatori sbirciano da una finestra. Avvolta dalle volute della nebbia e dal vento che le muove i capelli, la donna racconta la storia a se stessa. Tutto è reale e simbolico allo stesso tempo, le luci, i rumori, la voce che le fa eco e le rimbomba nella testa, mentre accetta ogni privazione, accetta di non muoversi più, di non sentire più, di non vedere più, fino a che non arriva la minaccia. Piuttosto la vita ma non la voce. Perdere la voce significa perdere la possibilità di esprimersi più di qualunque altro senso. Allo spettatore non resta che cadere lentamente dentro le maglie di questa tragedia che da favola pian piano svela il suo risvolto fino ad arrivare ad essere baratro, nera testimonianza di tanti soprusi di cui le nostre cronache sono piene. Sotto la superficie della scena che ci si apre dinnanzi (una Donna che attende l’arrivo del Marito nella loro casa) c’è qualcosa di invisibile ma minaccioso. Anche dal tono pacato della protagonista, del resto, emerge di tanto in tanto la sua vera condizione, che l’ha resa folle: è segregata in casa dal consorte, il solo ad avere la chiave dell’unico ascensore che conduce fuori dall’abitazione isolata e immersa in un bosco lontano dalla città. L’amore è anche volontà di possedere l’altro. Quando questo istinto va fuori controllo gli esiti sono nefasti, perché un essere umano non si riduce mai ad un solo ruolo, sarà sempre anche altro rispetto alla parte che riveste in un determinato rapporto sociale (la coppia, ad esempio) e quindi non potrà mai esser totalmente dominato dall’altro. È una lotta che l’oppressore non può vincere, sembra dirci Kristóf, almeno sul piano dell’assoggettamento mentale: il desiderio di libertà è insopprimibile; la Donna, piegata, resa folle, scissa, conserva comunque la volontà di essere un individuo e non cede all’assimilazione. Potranno toglierle la vita, ma non si farà strappare la voce per gridare al mondo la sua condizione.
«Il regista Fabrizio Arcuri e l’interprete Anna Paola Vellaccio avevano già lavorato insieme. L’accordo è misterioso, sono un tutt’uno», ha scritto il critico Franco Cordelli sul Corriere della Sera. «In un monologo, Nella pietra di Christa Wolf, Vellaccio aveva mantenuto untimbro vocale e ritmico tutto il tempo. Ora, che siamo in un altro Medioevo, nel Medioevo eterno, il tempo viene frantumato: la vera fiaba in quella nebbia è straniata; l’altra fiaba è invece ironica, ora irrisa, ora appassionata, ora urlata – un interminabile urlo doloroso: “La vita, se volete, ma non la voce!”».